Il Trinomio “Liberté, Égalité, Fraternité ”
- La Redazione

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I Rivoluzionari Francesi, rispetto a determinati valori, attraverso la stampa riuscirono a
“travasarli” su di un aspetto politico. Le proprietà della Chiesa Cattolica, in Francia, vennero
espropriate agli inizi della Rivoluzione Francese e quando i Cordiglieri, di cui Danton faceva
parte, ebbero a disposizione una parte dell’ex Convento-refettorio dei Francescani
dell’Ordine dei Frati minori conventuali, in francese Cordeliers, dal cui nome prese il nome
il gruppo dei Cordiglieri, l’ex Convento divenne un luogo di riunione dei rivoluzionari più
decisi e radicali e ritrovo quotidiano di intellettuali, e borghesi e da persone del popolo, tutti
appartenenti al III° Stato, che nel refettorio del vecchio convento, in un’atmosfera sempre
movimentata, invocavano la fine dell’assolutismo monarchico del Re Luigi XVI. Nell’ex
Convento-refettorio, era stata installata una stamperia-tipografia, gestita dall’editore e
giornalista Antoine-Francois Momoro (1756-1794) - la cui famiglia era di origine spagnola,
ed aveva aderito sin dal principio alla Rivoluzione e fu Deputato solo nel 1792 alla
Convenzione Nazionale. Il suo nome è legato al celebre motto “Liberté, Égalité, Fraternité ”,
da lui ideato (G. Walter, Table Analytique - Personnages, in J. Michelet, Histoire de la
Révolution française II, Paris 1952, vol. II, pag.1505), che fu, pertanto, solo un modo per
attirare attenzioni giornalistiche in termini politici. Tali concetti non furono poi approfonditi
nel corso della Rivoluzione, probabilmente in quanto si riferivano alla libertà,
all’uguaglianza, alla fraternità, non in termini politici, ma di religione, considerato l’aspro
confronto, allora in atto, anche cruento, tra cattolici e ugonotti (calvinisti).
Potremmo affermare che il Trinomio “Liberté, Égalité, Fraternité”, fu utilizzato sotto aspetti
politici, arrivando sino a noi con le difficoltà di enuclearli concretamente, restando ideali
astratti. Come disse Danton a Robespierre, vista la loro mancata affermazione, e potremmo
dire allora come ora, nell’ambito della convivenza civile, restando, peraltro, relegati
nell’ambito politico di perenne contrapposizione ridotta a propaganda per ottenere
consensi. Danton si accorse che libertà, uguaglianza, fraternità, erano dei valori astratti,
pertinenti più ad una coscienza religiosa, che politica, in quanto la natura umana non era
disposta ad accoglierli se non come parole, come un motto in un’effige e fu questo motivo di
contrasto con Robespierre, determinato a dare a questi concetti un carattere politico, senza
poi impegnarsi alla loro attuazione, anzi, facendo esattamente il contrario, istituendo il
periodo del Terrore, dove furono in molti, come egli stesso, ad essere ghigliottinati. La
natura umana rileva che caratteri e passioni degli uomini, fanno in modo che gli uomini
stessi non possono condividere insieme le stesse opinioni e finiscono per contrapporsi gli
uni verso gli altri, costruendo dei nodi che è difficile riannodare in conformità alle proprie
rispettive inclinazioni e se capita di commettere qualche errore o efferatezza non se ne
ravvedono più, per orgoglio ed ostinatezza. Per fare una “Buona Politica”, secondo Edmund
Burke, era necessario saper prevenire, analizzando e ragionando, perché quello che accaduto
può riaccadere, considerata la natura umana, e la Tradizione ne era utile avvertenza e
consiglio, in quanto risponde anche alla preventiva domanda su cosa conservare e su cosa
disfarsi ed è questa o dovrebbe essere questa, anche attualmente, la progettualità operativa
del paradigma conservatore. Se volessimo fare una comparazione con il diritto processuale
penale, una cosa è la verità dei fatti, ed un’altra cosa è la verità (verità processuale) che segue
ad un processo con una sentenza, che cerca, ma non raggiunge esaustivamente i fatti
concreti. Se non si tiene conto della natura umana, per porvi eventualmente rimedio in
quanto, prima o poi si esplica in modo deleterio, questa poi giustifica qualsiasi estensione
dei suoi poteri, inseguendo ideali “utopici e progressisti”, che vorrebbero una società
perfetta, ponendo, tuttavia, le basi, magari anche involontariamente, a nuove ed improvvise
forme di autoritarismo e dispotismo, in cui le persone, anche come cittadini, si verrebbero
poi a trovare. Per i Conservatori, invece, non vi sono utopiche società perfette, in quanto le
imperfezioni sono nella natura umana e sono, quindi, l’altra faccia della libertà, dal
momento che nascono dalla varietà delle opinioni e degli interessi che vanno, comunque,
sempre salvaguardati, ed appartenenti all’alveo del liberalismo, come i Conservatori
appartengono. Non a caso, uno dei punti fermi del pensiero conservatore è la convinzione
che la politica debba rimanere entro limiti ben precisi, lasciando ampio spazio all’iniziativa
ed alla responsabilità degli individui, delle famiglie e delle associazioni. Potremmo citare, al
riguardo, Horatio Nelson (1758-1805), che disse: “England expects that every man will do
his duty” (L’Inghilterra si aspetta che ognuno compia il proprio dovere). Secondo Edmund
Burke, la capacità di ragionamento e discernimento degli uomini è limitata ed essi
preferiscono perciò affidarsi proprio ai loro pregiudizi ed è per tale motivo che ci sono coloro
che ne fanno leva per un proprio tornaconto, considerato che la maggior parte degli uomini,
per Edmund Burke, sono degli sciocchi nel pensare che altri, poi, non abbiamo gli stessi
pregiudizi su di loro. In definitiva, il dedicarsi a conoscere quel complesso di eventi politici
e sociali avvenuti in Francia tra il 1789 ed il 1799, con l’instaurazione della Repubblica fino
all’ascesa, con l’Impero, di Napoleone Bonaparte, consente di accorgersi che molti di tali
eventi, come il comportamento di molte delle persone che parteciparono sin dall’inizio e nel
corso della Rivoluzione, sono molto simili a quelli che, attualmente, sono tra noi, in una
comparazione che la seconda metà del XVIII secolo, durante il Regno di Luigi XVI e la
Francia, prima fra tutte, viveva un periodo di crisi, dovuta al crescente indebitamento statale
ed alla perdita di prestigio della Monarchia, come molti Stati Europei stanno perdendo il
loro prestigio, avendo ceduto molte delle loro sovranità, avendole delegate non ad una
Federazione tra Stati Europei, ma ad un’Unione Europea e che molti ostacolano a farla
diventare Stati Uniti d’Europa. Edmund Burke, utilizzò, come sopra indicato, per riflettere
sulla Rivoluzione Francese, il metodo dell’analisi critica, introdotto da Immanuel Kant.
Tutte le fonti sono concordi nel ritenere che l’attestazione più antica della frase si ritrovi
nelle epistole di Orazio di Orazio (Epistulae I, 2, 40), poeta, tra i più illustri dell’età augustea,
che scrisse queste parole al suo giovane amico Publio Lollio Massimo (figlio del politico
romano Marco Lollio): “Nam cur quae laedunt oculum festinas demere; si quid est animum,
differs curandi tempus in annum? Dimidium facti qui coepit habet; sapere aude; incipe!"
Ovvero, traducendo: “Perché, se qualcosa ti dà noia all’occhio, sei sollecito a rimuoverla e
di anno in anno rimandi la cura del male interno che ti rode l’animo? Cominciare significa
aver fatto metà dell’opera; osa conoscere; comincia!” L’espressione deve la sua notevole
conoscenza al fatto che il celebre filosofo tedesco Immanuel Kant, ne fece il motto
dell’Illuminismo. In quelle due semplici parole, infatti, Immanuel Kant riassume il
principale messaggio del movimento politico-culturale sviluppatosi nel XVIII sec. in Europa.
Immanuel Kant, la scrive in risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo, che altro non è
l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a sé stesso. Sapere, cioè
l’insieme di informazioni, di nozioni, di studi e ricerche che si sono acquisite con lo studio
ed attraverso l’esperienza della tradizione, che producono conoscenza, cultura, sapienza, la
conoscenza dello scibile, della scienza, rispetto all’ignoranza, all’incultura, all’insipienza di
molti, soprattutto, in Politica. Sia il suo pensiero che la sua analisi circa la Rivoluzione
Francese, in particolar modo sulla natura umana, Edmund Burke, parlamentare britannico,
la realizzò, utilizzando proprio il metodo di Immanuel Kant, che indica nell’analisi critica,
del così detto “criticismo”, cioè la riflessione circa il verificarsi degli eventi che hanno la loro
fonte sul comportamento della natura degli uomini, che determina gli eventi stessi.
Immanuel Kant riteneva che la libera circolazione delle idee fosse il fondamento della
conoscenza e dell’emancipazione dell’uomo ed a questa visione di società si contrappone
un’idea di società in cui l’espressione e la coscienza dell’individuo, vengono, invece,
sottoposte alla “amorevole tutela” di un potere, di cui è sempre meglio non fidarsi, in quanto
poi si manifesta oppressivo, proprio nascosto nell’aspetto paternalistico. Edmund Burke,
non distribuisce “amorevole tutela”, tanto meno giustifica la violenza e non ha un animo
“paternalistico”, ma analizza i fatti accaduti. La “Teoria dell’Analisi Critica”, non è un
esercizio accademico, ma è dedicarsi allo studio ed alla ricerca, al fine di acquisire, attraverso
la ragione, quell’esperienza e se vogliamo anche quella saggezza che si ritengono necessarie, attraverso la “Tradizione”, per saper bene interpretare il proprio presente con l’intento di
trasmetterlo al “Futuro”, affinché non s’incorra a cadere sugli stessi errori. In definitiva, la
“Teoria dell’Analisi Critica”, utilizza la “Ragione”, ma è opportuno, comunque, tener
presente Blaise Pascal (1623-1662) nei “Les Pensées” (Pensieri), pubblicati postumi il 2
gennaio 1670, che scrisse: “L’ultimo passo della ragione, è il riconoscere che ci sono
un’infinità di cose che la sorpassano; è davvero debole se essa non arriva a riconoscerlo”.
Saper bene interpretare il presente, anche di quello politico e sociale in cui si vive, e trarre
le proprie valutazioni e le proprie scelte, tenendo in considerazione la natura degli uomini
che si riproduce e quindi che investe anche il presente che determina fatti ed eventi che si
verificano e possono verificarsi, quindi, nel tempo, nell’alveo ad esempio della Politica, si
ritiene essere utile e fondamentale, nel tenere anche, inoltre, in considerazione che se le
situazioni cambiano, quello che non cambia è la natura umana, con i propri egoismi ed
altruismi, ambizioni, invece che aspirazioni e quant’altro si svolge nell’ambito della
convivenza civile. Edmund Burke, non è stato un esterofilo, cioè non era affascinato dai
movimenti politici e culturali che provenivano dall’estero, ed amando profondamente la sua
Patria diffidò da tutto ciò che proveniva oltre i suoi confini, in quanto destabilizzante la
cultura, la consuetudine, la tradizione che ogni popolo ha costruito, nei secoli, sul proprio
territorio e che non possono essere prese come esempio valido in un altro territorio. Invita
ad ascoltare non solo con l’udito, ma con la vista della propria casa, cioè nel ricordare il luogo
dove si è nati, in definitiva della propria Nazione che nella natura umana si traduce nella
nostalgia della casa, della Patria, il cui concetto è stato ripreso dal Conservatore Inglese
Roger Scruton. Il termine casa, nell’antichità era ricco di significati e voleva dire: Comunità,
modo di vita, Nazione, struttura, cultura, ambiente. Le fonti storiche hanno cercato di
indicare esattamente quale siano state le cause che determinarono la Rivoluzione Francese
e sono ancora studiate, come quelle inerenti le modalità con le quali si è svolta, risultando
un evento di primaria importanza per tutti coloro che si avvicinano alla Politica e gli storici
concordano che essa fu il risultato di molte cause, convergenti in un dato momento, che
crearono gli uomini che a loro volta contribuirono a rafforzare l’effetto di quelle cause, ma
lo strumento essenziale per comprendere il tutto è tenere sempre in considerazione che la
vera causa è la natura umana che non cambia, ma può solo migliorare più che con il
conoscere gli avvenimenti, con un conosci te stesso. E’ noto che l’esortazione “conosci te
stesso” è una massima iscritta nel Tempio di Apollo a Delfi, città storica dell’antica Grecia
ed ora rilevante sito archeologico. La locuzione latina è “Nosce te ipsum”, oppure “Temet
nosce” e gli studiosi, anche se con alcune differenze, concordano sul fatto che con questa
sentenza Apollo intimasse agli uomini di “riconoscere la propria limitatezza e finitezza”.
L’invito a “stare al proprio posto”, a non “sconfinare” in ruoli che non sono propri, a
conoscere i propri limiti è quello mosso da Apollo a Diomede (V, 440-2) e ad Achille (X, 8-
10) nell’Iliade; in quanto, come rammenta Apollo, gli uomini non sono altro che “dei miseri
mortali che, come le foglie, ora fioriscono in pieno splendore, mangiando i frutti del campo,
ora languiscono e muoiono”. Il significato originario è incerto: per deduzione da alcune
formule a noi pervenute come: “Nulla di troppo. Ottima è la misura. Non desiderare
l’impossibile”. L’intento sarebbe quello di voler ammonire l’interlocutore a conoscere i
propri limiti, “conosci chi sei e non presumere di essere di più”; sarebbe stata dunque
un’esortazione a non cadere negli eccessi a non offendere la natura umana, che deriva dalla
creazione dell’uomo. Del resto tutta la tradizione antica mostra come l’ideale del saggio,
colui che possiede la “Sophrosyne”, termine utilizzato nei poemi omerici, che indica la
prudenza come capacità di autocontrollo e di riflessione, in definitiva, la saggezza, la
moderazione. Moderazione che non ci fu nella Rivoluzione Francese, come del resto, spesso,
è priva la nostra convivenza civile e politica, per effetto della mentalità introdotte da questo
evento rivoluzionario. Edmund Burke scrive nelle “Riflessioni sulla Rivoluzione Francese”:
“Fare una rivoluzione significa sovvertire l’antico ordinamento del proprio paese; e non si
può ricorrere a ragioni comuni per giustificare un così violento procedimento. […] Passando dai principî che hanno creato e cementato questa costituzione all’Assemblea
Nazionale, che deve apparire e agire come potere sovrano, vediamo qui un organismo
costituito con ogni possibile potere e senza alcuna possibilità di controllo esterno. Vediamo
un organismo senza leggi fondamentali, senza massime stabilite, senza norme di
procedura rispettate, che niente può vincolare a un sistema qualsiasi. [...] Se questa
mostruosa costituzione continuerà a vivere, la Francia sarà interamente governata da
bande di agitatori, da società cittadine composte da manipolatori di assegnati, da fiduciari
per la vendita dei beni della Chiesa, procuratori, agenti, speculatori, avventurieri tutti che
comporranno una ignobile oligarchia, fondata sulla distruzione della Corona, della
Chiesa, della nobiltà e del popolo. Qui finiscono tutti gli ingannevoli sogni e visioni di
eguaglianza e di diritti dell’uomo. Nella “palude Serbonia” di questa vile oligarchia tutti
saranno assorbiti, soffocati e perduti per sempre” (Edmund Burke, Riflessioni sulla
Rivoluzione in Francia, 1790). La prima riflessione dei Conservatori, sin dalle “Riflessioni
sulla Rivoluzione francese” pubblicate da Edmund Burke nel 1790, è quella concezione
tipicamente moderna secondo cui le istituzioni sociali e politiche non possono essere
progettate con l’utopia, servendosi, abusando della ragione e senza tenere conto di fattori
come costumi, tradizioni, convinzioni religiose e morali, pregiudizi. Edmund Burke,
rivolgendosi inoltre a tutti coloro che non rispettano la Tradizione, radicatasi da secoli, li
“accusa” di pura presunzione, condannando così la ragione individualistica e razionalistica
per difendere quella dell’intera società, ed anche quella religiosa. Subito dopo la stesura del
suo saggio “Riflessione sulla Rivoluzione Francese”, Edmund Burke, ebbe delle notizie dalla
Francia, che il clima rivoluzionario stava volgendo con delle rassicurazioni, circa il venir
meno delle contrapposizioni, verificatesi spesso in mondo violento, tra rivoluzionari e
Monarchia e che si stava preparando una festa, per far ritornare una certa armonia politica,
non più estremamente conflittuale. Si era raggiunto, istituzionalmente, l’impegno preso
dall’Assemblea Nazionale Costituente che sarebbe stata emanata una Costituzione, che fu
poi effettivamente emanata nel 1791, contenente un Preambolo, cioè la “Dichiarazione dei
Diritti dell’Uomo e del Cittadino”, che lasciava in vita la Monarchia e la vita del Re Luigi XVI,
il quale, comunque, andava ancora convinto politicamente, come Edmund Burke sottolineò
nel suo scritto Riflessioni sulla Rivoluzione Francese, che la Corona di Francia poteva
salvarsi con una Monarchia Costituzionale, che garantiva, comunque, al Re di Francia ed ai
suoi discendenti il diritto di dinastia. Come è noto, poi gli eventi precipitarono nel 1792,
dovuti al fatto che la Franci Rivoluzionaria entrò in guerra con le Monarchie Europee che
volevano rispristinare la situazione precedente all’evento rivoluzionario ed il Re Luigi XVI,
si comportò dopo slealmente. Comunque, la data del 14 luglio 1790, segnò un momento di
armonia e di buon auspicio di collaborazione tra Monarchia e rivoluzionari. Vi sono, tra altri
ancora, 2 quadri che, riflettendo, possono visivamente rappresentarci la differenza tra
Conservatori e Progressisti. Uno di questi è il dipinto denominato Festa delle Federazione,
14 luglio 1790, di Charles Monet (1732-1808), pittore ed illustratore francese, conosciuto per
le sue illustrazioni utilizzate nei libri, comprese le illustrazioni della Rivoluzione Francese.
L’altro è il dipinto denominato la Presa della Bastiglia di Jean Pierre Louis Laurent Houel
(1735-1813), pittore, incisore ed architetto francese. Il 14 luglio 1790, al Campo di Marte,
non si volle, in definitiva, celebrare l’anniversario della Presa della Bastiglia, evento che
doveva essere messo da parte, ma realizzare un Festa della Federazione, che fu svolta su
iniziativa di La Fayette che voleva festeggiare i Federati delle Guardie Nazionali della
Francia, ma il vero intento fu quello di voler federare in un’unione tutte le formazioni
politiche (Giacobini, Girondini, Foglianti, ecc.), per il bene della Nazione. Dopo una
celebrazione eucaristica sostenuta da Talleyrand ed in presenza di Luigi XVI e Maria
Antonietta, accompagnati da La Fayette, si prestò, da parte dei Deputati il giuramento alla
Nazione, quindi anche da parte del Re e della Regina, ed a comunicare che si stava
approntando una Costituzione che era ancora era in fase di preparazione. Questo momento
di Unione Nazionale aveva fatto credere tanto alla popolazione quanto all’Assemblea Nazionale Legislativa, che il Re avesse accettato i cambiamenti sociali e politici appena
instaurati, tanto che la popolazione presente al campo di Marte gridò: “Viva il Re”,
testimoniando la propria fiducia nella lealtà della monarchia. Anche i rapporti tra il Sovrano
e l’Assemblea Nazionale Legislativa si erano fatti più distesi ed infatti, nel frattempo, erano
state conservate numerose prerogative della monarchia e gli ideali repubblicani, già deboli,
si erano ulteriormente assopiti. Comunque, invece, Luigi XVI aveva in serbo di continuare a
tentare di conservare la sua autonomia e di riconquistare il potere assoluto che aveva
perduto, mantenendo contatti con le corti straniere, chiedendo loro supporto contro i
rivoluzionari e, come sincero cattolico, appoggiando il papa e i preti refrattari: il re infatti
sperava in un ritorno al passato, in una restaurazione (guidata però dall’estero e con l’aiuto
di potenze straniere). Il 14 luglio 1790 dalla Senna fino all’École militare, diverse centinaia
di migliaia di spettatori assistettero alla lunga parata di soldati volontari e di quelli della
Guardia Nazionale, giunti da tutti i Dipartimenti francesi per manifestare il loro sostegno al
Re e celebrare l’unità dei francesi attorno ad una monarchia costituzionale. Uno dei modi di
mistificare la storia lo si può evincere anche con l’indicare una data cogliendo l’occasione
che il giorno ed il mese coincidono. L’esempio è quello della Festa Nazionale Francese che
ebbe luogo il 14 luglio, e sono molti a credere, perché alcuni intellettuali progressisti così
hanno voluto far passare, che questo giorno e questo mese si riferiscono ad un anno, cioè il
1789, data della Presa della Bastiglia, ma non è così, in quanto il 14 luglio non si riferisce
all’anno 1789, bensì al 1790, che è la Festa della Federazione. Nel 1880, i Deputati
Repubblicani Francesi, introdussero dei confronti su quale anno scegliere, cioè il 1789 o il
1790, il 1792, il 1830, il 1848, il 1870, tutti anni importanti per gli eventi della storia Francese
e fu il deputato Benjamin Raspail a proporre l’adozione di un giorno il 14 luglio come festa
della Repubblica francese ed al Senato, e dopo vive discussioni, questo giorno (14 luglio)
conseguì un’unanimità nella scelta, ma si impose un’altra scelta, cioè di quale anno, il 1789
oppure il 1790. Il giorno 14 luglio 1789, data della Presa della Bastiglia, come simbolo, venne
giudicato troppo doloroso, soprattutto perché si versò del sangue, ed allora la scelta dei
Senatori ricadde, ottenendo la maggioranza dei voti, per il 14 luglio 1790, quello, dunque,
della Festa della Federazione. Tuttavia, attualmente, si pensa sempre di commemorare la
presa della Bastiglia del 14 luglio 1789, facendo scivolare a questa data la memoria collettiva
l’immaginario e del resto è un’operazione mentale semplice, ma intrisa di politicizzazione,
far eco a questa data. “E la Rivoluzione ha per monumento… il vuoto” (Jules Michelet),
riferendosi al fatto che non vi è alcun monumento come traccia della Festa della
Federazione, per ricordare il 14 luglio 1790 e, quindi, per chi volesse scegliere tale giorno,
che non è di contrapposizione. Edmund Burke, nel suo saggio Riflessioni sulla Rivoluzione
Francese, descrive tutte le violenze morali perpetrate contro la Regina Maria Antonietta, e
possiamo affermare che la sua morte è stata il primo femminicidio nella storia, del quale
nessuno ne parla! Prevedendone in un certo senso la fine brutale e umiliante (che avverrà
tre anni dopo sulla ghigliottina, finendo con il fare di lei il simbolo della fine di un’età della
cavalleria, da Edmund Burke amaramente rimpianta, contrapponendo anche la civiltà
dell’onore a quella del denaro, la civiltà del rispetto nei confronti di una donna, richiamando
in un certo senso l’epoca medievale con l’amor cortese (basata sull’idea che solo chi ama
possiede un cuore nobile) ed il dolce stil novo (una profonda ricerca verso un’espressione
raffinata e nobile dei propri pensieri), senza cadere al puro sentimentalismo o al distorto
concetto del romanticismo. In definita, Edmund Burke, vedeva lo sviluppo della Cavalleria,
come difesa dei più deboli, lealtà verso l’ordine costituito, l’integrità morale ed intesa in
questo nuovo senso la Cavalleria diventò per secoli il riferimento del gentiluomo, anche di
quegli uomini che non avevano origini militari. La Cavalleria aveva prodotto la formazione
di quel codice di comportamento del gentiluomo, nel corrispettivo femminile di gentil dama
o gentildonna, sia che appartenessero all’aristocrazia urbana, che negli ambienti rurali come
gentry (gentlemen). “L’età della cavalleria è finita. Quella dei sofisti, degli economisti e dei
contabili è giunta; e la gloria dell’Europa giace estinta per sempre” (Edmund Burke, Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia, pag. 131). Questa frase venne scritta quando
Edmund Burke seppe che alcuni rivoluzionari di Parigi, il 5 ottobre 1789, avevano fatto
irruzione, senza nessun riguardo, negli appartamenti della Regina Maria Antonietta (La
politica e gli Stati, a cura di Raffaella Gherardi, pag. 239). La vita di Maria Antonietta, Maria
Antonia Giuseppa Giovanna d’Asburgo-Lorena, nota semplicemente come Maria Antonietta
(1755-1793), iniziò quando, all’età di 15 anni, nel maggio del 1770, venne promessa dalla
Regina Maria Teresa d'Austria (1717-1780) - Regina consorte dell’Imperatore Francesco I
(1708-1765), Francesco Stefano di Lorena, Imperatore del Sacro Romano Impero con il
nome di Francesco I dal 1745 sino alla morte, nel 1765, già Duca di Lorena dal 1729 al 1737
con il nome di Francesco III, rinunciando al titolo cedendo la Lorena alla Francia ed
acquisendo in cambio la Corona del Granducato di Toscana. Quando divenne Granduca di
Toscana continuò a utilizzare il nome di Francesco III secondo la numerazione della dinastia
dei Lorena, piuttosto che il più logico “Francesco II” in continuità con la numerazione dei
granduchi medicei, tra i quali vi era stato un solo Francesco (Franceso I de’ Medici). Il caso
è simile a quello di Vittorio Emanuele II (1820-1878) di Savoia, che preferì continuare a
utilizzare il numerale della successione sabauda piuttosto che assumere il titolo di Vittorio
Emanuele I Re d’Italia. Furono i fondatori, con il loro matrimonio, del casato degli AsburgoLorena, la Dinastia più potente in Europa, al figlio (che divenne poi Luigi XVI) del Re di
Francia Luigi XV che sposò nel 1774, per suggellare l’alleanza tra l'Austria e la Francia contro
la Prussia e l’Inghilterra, ma anche per ragioni di alleanza economica-finanziaria. Nel 1775,
alla morte di Luigi XV, il figlio Luigi Augusto, tale era il suo nome dalla nascita, divenne Re
di Francia con il nome di Luigi XVI e Maria Antonietta divenne Regina ed aveva all’epoca 15
anni ed era la figlia: “Il destino l’ha posta simbolica Regina di questo secolo, perché con esso
viva la sua vita e muoia la sua morte” (Stefan Zweig, Maria Antonietta, Una vita
involontariamente eroica). A quel tempo i matrimoni tra le Monarchie Europee venivano
fatti, come alleanza, per mantenere ed ampliare il potere e tale consuetudine economicofinanziaria è rimasta per molti secoli, sino ad essere il matrimonio non più praticato tra
Dinastie, quando si decise che potevano essere messe in comune le proprie rispettive risorse,
realizzando così matrimoni non più tra nobili, ma tra nobili e persone della società civile,
come ad esempio, in Inghilterra con i Windsor, ma non solo, anche per le attuali Monarchie
esistenti in Europa. All’epoca il Regno di Francia si trovava in una situazione finanziaria
piuttosto precaria. Durante la guerra dei Sette anni, combattuta tra il 1756 e il 1763, il regno
si era pesantemente indebitato e nel 1776 Luigi XVI decise di partecipare a un’altra costosa
guerra, quella iniziata dai coloni americani contro il Regno Unito. Nonostante la vita nelle
diverse corti europee, che fossero a Vienna o Parigi, fosse piuttosto simile, Maria Antonietta
era percepita come una straniera ed una rappresentante di una potenza vicina e non sempre
amichevole, l’Austria. Dopo un primo entusiasmo per il suo arrivo, queste distanze si fecero
sempre più profonde e l’atmosfera nella corte di Francia sempre più ostile. Le finanze del
Regno ne uscirono ancora più compromesse e buona parte del biasimo, più che sulla politica
estera di suo marito, ricadde su Maria Antonietta. Le venne affibbiato un nuovo
soprannome, Madame Deficit, perché si riteneva che le sue eccentriche spese (spesso
inventate, come ad esempio foderare di diamanti e d’oro i corridoi di Versailles) avessero
ridotto il regno sul lastrico, a determinare un crescendo di ostilità nei confronti della Regina
Maria Antonietta. I numerosi libelli e pamphlet che in quei mesi circolavano per Parigi
l’accusavano di tutto, anche di abusi sessuali e di avere avuto rapporti con altre donne e di
manipolare il Re per assecondare gli scopi dell’Austria. Quest’odio aumentò ancora di più
con la fuga di Varennes, della quale fu accusata di essere l’ideatrice, e poi quando scoppiò la
guerra con l’Austria, nel 1792. Maria Antonietta venne accusata di aver chiesto l’aiuto delle
monarchie europee per stroncare la rivoluzione. Mentre alla guerra si univa anche il Regno
di Prussia, nell’estate del 1792, il Palazzo reale delle Tuileries venne assaltato e il Re e la
Regina furono costretti a rifugiarsi nella sede dell’Assemblea Legislativa. Le vennero mosse,
fondamentalmente, tre accuse: “esaurimento del tesoro nazionale”, “intrattenimento di rapporti e corrispondenza segreti” con il nemico (l’Austria e i filo-monarchici
controrivoluzionari) e “cospirazioni contro la sicurezza nazionale ed estera dello Stato”. Fu
aggiunto, anche, un capo d’accusa a sfondo sessuale, rifacendosi ad un articolo di giornale
di Jean Paul Marat, ma non fu mai provato, e che Marat aveva scritto per portare discredito
alla Monarchia. Maldicenze tali, che non le consentirono di riuscire a cancellarle di fronte
all’opinione pubblica l’immagine di una donna frivola, irresponsabile, assetata di lusso e
dissipatrice, anche se la sua giovane età, per sopperire alla solitudine, alla noia ed a un
matrimonio deludente e tormentato, le fecero fare delle frivolezze, dedicandosi a costosi
divertimenti a Corte. E’ un retaggio della Rivoluzione Francese quello di essere accusati da
un Giornale e non avere l’opportunità di un contraddittorio, prima della pubblicazione di
notizie che investono l’onorabilità e la dignità di una persona, trincerandosi con il “ti
difenderai al processo”, ma intanto il discredito, prima del processo e prima di un’eventuale
assoluzione o archiviazione ha provocato danni irreparabili alla persona. Era evidente,
comunque, che la donna veniva processata per alto tradimento ed i Deputati della
Convenzione, accusatori e Giudici nello stesso tempo, erano condizionati dalle notizie
giornalistiche che scrivevano della leggerezza del suo carattere, i favoritismi e le ingerenze
negli intrighi di corte, che inimicarono molte delle grandi famiglie dell’antica nobiltà che
non vivevano a Corte di Versailles e che contribuirono a diffondere maldicenze e dicerie
contro di lei, soprannominata con disprezzo l’Austriaca. Alla Regina fu vietato di indossare
abiti vedovili durante il tragitto dalla prigione alla ghigliottina, per cui al posto dell’abito
nero che portava dal giorno della morte del re, indossò un vestito bianco, l’antico colore del
lutto per le regine di Francia. Le sue ultime parole furono poco solenni e rivolte ad Henri
Sanson, il suo boia, a cui aveva pestato un piede per sbaglio: “Perdonatemi signore, non l’ho
fatto apposta”. Anni dopo, Napoleone Bonaparte, a proposito della morte di Maria
Antonietta, scrisse: “Una donna che non aveva se non gli onori senza il potere; una
principessa straniera, il più sacro degli ostaggi; trascinarla dal trono al patibolo,
attraverso ogni sorta d'oltraggi ... Vi è in ciò qualcosa di peggio del regicidio”. Potemmo
affermare, a distanza di anni, che qualcosa di peggio del regicidio è stato il suo femminicidio
e non vi è dubbio, che la morte di Maria Antonietta, è stata la prima forma di femminicidio,
che è la violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura
ideologica, quella della superiorità, nefasta e deleterio, dell’uomo di matrice patriarcale, allo
scopo di perpetuare nei confronti della donna la subordinazione e di annientarne l’identità
attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte, come fu per
Maria Antonietta. Il Pontefice Pio VI (1717-1799), dichiarò martiri sia Luigi XVI che sua
sorella Elisabeth Philippine Marie-Helene de Bourbon (1764-1794), nota anche
come Madame Élisabeth, Principessa di Francia. Era la sorella minore di Luigi XVI, che
restò accanto al Sovrano ed alla sua famiglia, e che, venne ghigliottinata il 10 maggio 1794,
accusata di aver favorito la Fuga del Re, e di aver finanziato con denaro gli emigrati (èmigrè),
cioè Nobili ed altri cittadini che lasciarono la Francia con l’inizio della Rivoluzione e di aver
incoraggiato la resistenza alla Guardia Nazionale durante la giornata del 10 agosto 1792.
Elisabeth Philippine Marie-Helene de Bourbon, conosciuta anche come Madame Élisabeth,
Principessa di Francia, fu dichiarata martire, come suo fratello Luigi XVI, della Chiesa
Cattolica nel 1794, serva di Dio nel 1953 e dal 1924 è in corso una causa di beatificazione,
che è stata riaperta nel 2017, in quanto la sua fama di santità perdura ancora ai giorni nostri,
tramite l’Association pour la béatification de Madame Elisabeth de France, nata il 10 maggio
2016, giorno dell’anniversario della morte della principessa, come associazione privata di
fedeli di diritto diocesano. Essa si è costituita attore della causa di canonizzazione,
nominandone postulatore l’Abbé Xavier Snoek. Preso atto del nulla osta concesso dalla
Santa Sede e del parere positivo ricevuto dalla Conferenza Episcopale Francese, in data 15
novembre 2017, l’Arcivescovo di Parigi Card. André Vingt-Trois ha promulgato l’editto che
sancisce l’avvio ufficiale della causa. Il Pontefice Pio VI nella sua allocuzione Quare Lacryme
del 17 giugno 1793, affermò che la condanna di Luigi XVI, fu una cospirazione dei Deputati della Convenzione Nazionale, che non aveva nè titolo, nè autorità e rilevò che i Rivoluzionari
Francesi, Deputati alla Convenzione, non vollero che si esprimesse il popolo circa la
condanna. Eppure, sostenne, che la Convenzione Nazionale, con i suoi Deputati, avevano
trasmesso ogni pubblico potere al Popolo, ma loro stessi non avevano fiducia nel popolo,
ritenendo che il popolo non si lascia guidare né dalla ragione, né dal consiglio e non fa
distinzione fra il giusto e l’ingiusto che apprezza e stima poche cose secondo verità, molte
invece secondo l’opinione corrente. I Rivoluzionari, ritenevano, in definitiva, che il Popolo è
incostante, facile ad essere ingannato e condotto a tutti gli eccessi ed è ingrato, arrogante,
crudele e gode nel vedere il sangue umano, la strage, i lutti e lo strazio dei morenti, come si
vedeva negli antichi anfiteatri, e se ne gode voluttuosamente e la ghigliottina apparteneva
alla loro mentalità. Tra i drammi della condanna vi era anche il fatto che i Rivoluzionari,
Deputati alla Convenzione Nazionale, non contenti di aver degradato il Re a semplice
cittadino e che proprio per questo doveva meritare almeno un diverso trattamento non
volendolo più riconoscere come Re, stabilirono che loro stessi dovevano essere sia accusatori
che Giudici, pur avendogli dimostrato, apertamente ogni ostilità. Il Pontefice, inoltre, nella
sua allocuzione cita Sant’Agostino che disse: “Non è il supplizio che fa il martire, ma la
causa”. Il Pontefice, nella sua Allocuzione, scrisse anche di Maria Stuarda (1542-1567), di
religione cattolica, e la causa fu quella di essere rivale dei facinorosi Calvinisti, e fu quella,
se pur in diverse epoche, anche per il Re Luigi XVI, che erano devotissimi al cattolicesimo
ed alla Sede Apostolica di Roma. Maria Stuarda, fu fatta decapitare da Elisabetta I, di
religione protestante, per ragioni politico-dinastiche, ma la vera causa ebbe origine nella
contrapposizione tra cattolici e protestanti, e la fece giustiziare nel 1587, con decapitazione,
dopo averla imprigionata per diciannove anni. Maria Stuarda, disse: “Guardate nelle vostre
coscienze e ricordate che il teatro del mondo è più vasto del regno d’Inghilterra”. Tale
invito, poteva e doveva essere preso in considerazione anche per una Repubblica, instaurata
dai Rivoluzionari Francesi. Inoltre, nell’Allocuzione, il Pontefice Pio VI, aggiunse: “Già da
tempo i Calvinisti avevano cercato di abbattere in Francia la Religione Cattolica; ma
bisognava prima preparare gli animi. Il popolo doveva essere indottrinato con empie
ideologie che essi non desistevano di spargere fra il volgo per mezzo di libelli riboccanti di
perfidie ed eccitanti alla rivolta; e per realizzare il loro intento utilizzavano l’opera di
filosofi”. Quello che aveva presupposto Edmund Burke, circa l’intento di sostituire la
confessione cattolica con quella calvinista, trovava così riscontro nella successiva
Allocuzione del Pontefice Pio VI. Nell’Allocuzione, vennero citate, anche, le parole del Re
d’Inghilterra Giacomo I: “che egli veniva calunniato in tutte le assemblee popolari non
perché avesse commesso qualche crimine, ma soltanto perché era il Re; il che era ritenuto
il peggiore di tutti i crimini”. Secondo il Pontefice Pio VI, il Re fu decapitato, come Maria
Stuarda a causa della volontà di protestanti anticattolici, ed il riferimento è agli Ugonotti
(calvinisti francesi) “già da tempo i Calvinisti avevano cercato di abbattere in Francia la
Religione Cattolica; ma bisognava prima preparare gli animi”, che diffusero secondo il
Pontefice con un sentimento anti-monarchico in spregio alla confessione cattolica della
Chiesa di Roma e, quindi, non solo per motivi politici: “E chi mai potrebbe mettere in dubbio
che quel Re fu messo a morte per odio contro la Fede e oltraggio ai dogmi del
Cattolicesimo?”. E’ da ricordare, circa il Pontefice Pio VI, che il 15 febbraio 1798 fu destituito
dai Francesi, a seguito del 28 dicembre 1797, quando in uno scontro tra giacobini romani e
soldati pontifici, venne ucciso il generale francese Mathurin Lèonard Duphot (1769-1797),
ospite a Roma dell'ambasciatore francese, presso la Santa Sede, Giuseppe Bonaparte (1768-
1844) - fratello maggiore di Napoleone Bonaparte - che fu poi Re di Napoli dal 1806 al 1808
e Re di Spagna dal 1808 al 1813. La morte del Generale Mathurin Lèonard Duphot (1769-
1797), rappresentò per i francesi la causa per scatenare l’invasione dello Stato pontificio che
il Pontefice Pio VI fu dichiarato decaduto dal potere temporale e fu proclamata, sul modello
francese, la Repubblica Romana ed il Pontefice fu esiliato e dopo diverse traversìe in Francia,
dove morì, e le sue spoglie rientrarono dalla Francia a Roma e poté avere una degna sepoltura nella Basilica di San Pietro, solo il 17 febbraio 1802. Comunque, a differenza di
quanto avvenuto con i Romanov, l’Imperatore Nicola II, condannato a morte dai bolscevichi
che venne fucilato insieme a tutta la sua famiglia nel luglio 1918, a seguito dell’inizio della
rivoluzione Bolscevica (La Russia riabilita lo zar Nicola II. Fu una vittima del bolscevismo
(cfr. La Stampa.it, La Stampa, 1º ottobre 2008), che sono stati riabilitati ufficialmente dalla
Corte suprema russa e canonizzati dalla Chiesa ortodossa, la Regina Maria Antonietta ed il
Re Luigi XVI non sono mai stati simbolicamente “assolti” dall’accusa di tradimento da parte
dei Tribunali francesi. Sebbene, invece, non vi furono delle condanne, per atto di tolleranza,
già con la restaurazione di Luigi XVIII, che punì con l’esilio, e non con la morte, mediante la
promulgazione della Legge, del 1816, circa i Regicidi, cioè nei confronti di coloro che avevano
deliberato la morte sia del Re che della Regina. L’amnistia, fu sollecitata per grande spirito
di liberalità, da Carlo X di Borbone (1757-1836), noto come Conte d’Artois, e Re di Francia
dal 1824 al 1830, pur essendo fratello sia del Re Luigi XVI, ghigliottinato nel 1793, e di Luigi
XVIII, che lo precedette come Re di Francia dal 1814 al 1824. Tale atto resta un grande atto
di tolleranza nei confronti dei rivoluzionari, pur essendosi loro macchiati di sangue,
determinando un retaggio, quello di sentirsi “assolti” dagli eccidi perpetrati. Comunque, sia,
si deve alla Rivoluzione Francese il valore della libertà in ogni settore, da quello politico, a
quello civile ed economico, considerando che ogni uomo, per natura, possiede dei diritti che
nessuno gli può togliere, quali anche libertà di pensiero, la libertà di associazione, la libertà
di stampa, con il suo corollario di diritto di cronaca.
Emerito On. Console
Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana n. 224 del 26/09/2006
Gianni Sabàto
Storico- Giureconsult










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