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Il Trinomio “Liberté, Égalité, Fraternité ”

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    La Redazione
  • 11 minuti fa
  • Tempo di lettura: 22 min

I Rivoluzionari Francesi, rispetto a determinati valori, attraverso la stampa riuscirono a

“travasarli” su di un aspetto politico. Le proprietà della Chiesa Cattolica, in Francia, vennero

espropriate agli inizi della Rivoluzione Francese e quando i Cordiglieri, di cui Danton faceva

parte, ebbero a disposizione una parte dell’ex Convento-refettorio dei Francescani

dell’Ordine dei Frati minori conventuali, in francese Cordeliers, dal cui nome prese il nome

il gruppo dei Cordiglieri, l’ex Convento divenne un luogo di riunione dei rivoluzionari più

decisi e radicali e ritrovo quotidiano di intellettuali, e borghesi e da persone del popolo, tutti

appartenenti al III° Stato, che nel refettorio del vecchio convento, in un’atmosfera sempre

movimentata, invocavano la fine dell’assolutismo monarchico del Re Luigi XVI. Nell’ex

Convento-refettorio, era stata installata una stamperia-tipografia, gestita dall’editore e

giornalista Antoine-Francois Momoro (1756-1794) - la cui famiglia era di origine spagnola,

ed aveva aderito sin dal principio alla Rivoluzione e fu Deputato solo nel 1792 alla

Convenzione Nazionale. Il suo nome è legato al celebre motto “Liberté, Égalité, Fraternité ”,

da lui ideato (G. Walter, Table Analytique - Personnages, in J. Michelet, Histoire de la

Révolution française II, Paris 1952, vol. II, pag.1505), che fu, pertanto, solo un modo per

attirare attenzioni giornalistiche in termini politici. Tali concetti non furono poi approfonditi

nel corso della Rivoluzione, probabilmente in quanto si riferivano alla libertà,

all’uguaglianza, alla fraternità, non in termini politici, ma di religione, considerato l’aspro

confronto, allora in atto, anche cruento, tra cattolici e ugonotti (calvinisti).

Potremmo affermare che il Trinomio “Liberté, Égalité, Fraternité”, fu utilizzato sotto aspetti

politici, arrivando sino a noi con le difficoltà di enuclearli concretamente, restando ideali

astratti. Come disse Danton a Robespierre, vista la loro mancata affermazione, e potremmo

dire allora come ora, nell’ambito della convivenza civile, restando, peraltro, relegati

nell’ambito politico di perenne contrapposizione ridotta a propaganda per ottenere

consensi. Danton si accorse che libertà, uguaglianza, fraternità, erano dei valori astratti,

pertinenti più ad una coscienza religiosa, che politica, in quanto la natura umana non era

disposta ad accoglierli se non come parole, come un motto in un’effige e fu questo motivo di

contrasto con Robespierre, determinato a dare a questi concetti un carattere politico, senza

poi impegnarsi alla loro attuazione, anzi, facendo esattamente il contrario, istituendo il

periodo del Terrore, dove furono in molti, come egli stesso, ad essere ghigliottinati. La

natura umana rileva che caratteri e passioni degli uomini, fanno in modo che gli uomini

stessi non possono condividere insieme le stesse opinioni e finiscono per contrapporsi gli

uni verso gli altri, costruendo dei nodi che è difficile riannodare in conformità alle proprie

rispettive inclinazioni e se capita di commettere qualche errore o efferatezza non se ne

ravvedono più, per orgoglio ed ostinatezza. Per fare una “Buona Politica”, secondo Edmund

Burke, era necessario saper prevenire, analizzando e ragionando, perché quello che accaduto

può riaccadere, considerata la natura umana, e la Tradizione ne era utile avvertenza e

consiglio, in quanto risponde anche alla preventiva domanda su cosa conservare e su cosa

disfarsi ed è questa o dovrebbe essere questa, anche attualmente, la progettualità operativa

del paradigma conservatore. Se volessimo fare una comparazione con il diritto processuale

penale, una cosa è la verità dei fatti, ed un’altra cosa è la verità (verità processuale) che segue

ad un processo con una sentenza, che cerca, ma non raggiunge esaustivamente i fatti

concreti. Se non si tiene conto della natura umana, per porvi eventualmente rimedio in

quanto, prima o poi si esplica in modo deleterio, questa poi giustifica qualsiasi estensione

dei suoi poteri, inseguendo ideali “utopici e progressisti”, che vorrebbero una società

perfetta, ponendo, tuttavia, le basi, magari anche involontariamente, a nuove ed improvvise

forme di autoritarismo e dispotismo, in cui le persone, anche come cittadini, si verrebbero

poi a trovare. Per i Conservatori, invece, non vi sono utopiche società perfette, in quanto le

imperfezioni sono nella natura umana e sono, quindi, l’altra faccia della libertà, dal

momento che nascono dalla varietà delle opinioni e degli interessi che vanno, comunque,

sempre salvaguardati, ed appartenenti all’alveo del liberalismo, come i Conservatori

appartengono. Non a caso, uno dei punti fermi del pensiero conservatore è la convinzione

che la politica debba rimanere entro limiti ben precisi, lasciando ampio spazio all’iniziativa

ed alla responsabilità degli individui, delle famiglie e delle associazioni. Potremmo citare, al

riguardo, Horatio Nelson (1758-1805), che disse: “England expects that every man will do

his duty” (L’Inghilterra si aspetta che ognuno compia il proprio dovere). Secondo Edmund

Burke, la capacità di ragionamento e discernimento degli uomini è limitata ed essi

preferiscono perciò affidarsi proprio ai loro pregiudizi ed è per tale motivo che ci sono coloro

che ne fanno leva per un proprio tornaconto, considerato che la maggior parte degli uomini,

per Edmund Burke, sono degli sciocchi nel pensare che altri, poi, non abbiamo gli stessi

pregiudizi su di loro. In definitiva, il dedicarsi a conoscere quel complesso di eventi politici

e sociali avvenuti in Francia tra il 1789 ed il 1799, con l’instaurazione della Repubblica fino

all’ascesa, con l’Impero, di Napoleone Bonaparte, consente di accorgersi che molti di tali

eventi, come il comportamento di molte delle persone che parteciparono sin dall’inizio e nel

corso della Rivoluzione, sono molto simili a quelli che, attualmente, sono tra noi, in una

comparazione che la seconda metà del XVIII secolo, durante il Regno di Luigi XVI e la

Francia, prima fra tutte, viveva un periodo di crisi, dovuta al crescente indebitamento statale

ed alla perdita di prestigio della Monarchia, come molti Stati Europei stanno perdendo il

loro prestigio, avendo ceduto molte delle loro sovranità, avendole delegate non ad una

Federazione tra Stati Europei, ma ad un’Unione Europea e che molti ostacolano a farla

diventare Stati Uniti d’Europa. Edmund Burke, utilizzò, come sopra indicato, per riflettere

sulla Rivoluzione Francese, il metodo dell’analisi critica, introdotto da Immanuel Kant.

Tutte le fonti sono concordi nel ritenere che l’attestazione più antica della frase si ritrovi

nelle epistole di Orazio di Orazio (Epistulae I, 2, 40), poeta, tra i più illustri dell’età augustea,

che scrisse queste parole al suo giovane amico Publio Lollio Massimo (figlio del politico

romano Marco Lollio): “Nam cur quae laedunt oculum festinas demere; si quid est animum,

differs curandi tempus in annum? Dimidium facti qui coepit habet; sapere aude; incipe!"

Ovvero, traducendo: “Perché, se qualcosa ti dà noia all’occhio, sei sollecito a rimuoverla e

di anno in anno rimandi la cura del male interno che ti rode l’animo? Cominciare significa

aver fatto metà dell’opera; osa conoscere; comincia!” L’espressione deve la sua notevole

conoscenza al fatto che il celebre filosofo tedesco Immanuel Kant, ne fece il motto

dell’Illuminismo. In quelle due semplici parole, infatti, Immanuel Kant riassume il

principale messaggio del movimento politico-culturale sviluppatosi nel XVIII sec. in Europa.

Immanuel Kant, la scrive in risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo, che altro non è

l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a sé stesso. Sapere, cioè

l’insieme di informazioni, di nozioni, di studi e ricerche che si sono acquisite con lo studio

ed attraverso l’esperienza della tradizione, che producono conoscenza, cultura, sapienza, la

conoscenza dello scibile, della scienza, rispetto all’ignoranza, all’incultura, all’insipienza di

molti, soprattutto, in Politica. Sia il suo pensiero che la sua analisi circa la Rivoluzione

Francese, in particolar modo sulla natura umana, Edmund Burke, parlamentare britannico,

la realizzò, utilizzando proprio il metodo di Immanuel Kant, che indica nell’analisi critica,

del così detto “criticismo”, cioè la riflessione circa il verificarsi degli eventi che hanno la loro

fonte sul comportamento della natura degli uomini, che determina gli eventi stessi.

Immanuel Kant riteneva che la libera circolazione delle idee fosse il fondamento della

conoscenza e dell’emancipazione dell’uomo ed a questa visione di società si contrappone

un’idea di società in cui l’espressione e la coscienza dell’individuo, vengono, invece,

sottoposte alla “amorevole tutela” di un potere, di cui è sempre meglio non fidarsi, in quanto

poi si manifesta oppressivo, proprio nascosto nell’aspetto paternalistico. Edmund Burke,

non distribuisce “amorevole tutela”, tanto meno giustifica la violenza e non ha un animo

“paternalistico”, ma analizza i fatti accaduti. La “Teoria dell’Analisi Critica”, non è un

esercizio accademico, ma è dedicarsi allo studio ed alla ricerca, al fine di acquisire, attraverso

la ragione, quell’esperienza e se vogliamo anche quella saggezza che si ritengono necessarie, attraverso la “Tradizione”, per saper bene interpretare il proprio presente con l’intento di

trasmetterlo al “Futuro”, affinché non s’incorra a cadere sugli stessi errori. In definitiva, la

“Teoria dell’Analisi Critica”, utilizza la “Ragione”, ma è opportuno, comunque, tener

presente Blaise Pascal (1623-1662) nei “Les Pensées” (Pensieri), pubblicati postumi il 2

gennaio 1670, che scrisse: “L’ultimo passo della ragione, è il riconoscere che ci sono

un’infinità di cose che la sorpassano; è davvero debole se essa non arriva a riconoscerlo”.

Saper bene interpretare il presente, anche di quello politico e sociale in cui si vive, e trarre

le proprie valutazioni e le proprie scelte, tenendo in considerazione la natura degli uomini

che si riproduce e quindi che investe anche il presente che determina fatti ed eventi che si

verificano e possono verificarsi, quindi, nel tempo, nell’alveo ad esempio della Politica, si

ritiene essere utile e fondamentale, nel tenere anche, inoltre, in considerazione che se le

situazioni cambiano, quello che non cambia è la natura umana, con i propri egoismi ed

altruismi, ambizioni, invece che aspirazioni e quant’altro si svolge nell’ambito della

convivenza civile. Edmund Burke, non è stato un esterofilo, cioè non era affascinato dai

movimenti politici e culturali che provenivano dall’estero, ed amando profondamente la sua

Patria diffidò da tutto ciò che proveniva oltre i suoi confini, in quanto destabilizzante la

cultura, la consuetudine, la tradizione che ogni popolo ha costruito, nei secoli, sul proprio

territorio e che non possono essere prese come esempio valido in un altro territorio. Invita

ad ascoltare non solo con l’udito, ma con la vista della propria casa, cioè nel ricordare il luogo

dove si è nati, in definitiva della propria Nazione che nella natura umana si traduce nella

nostalgia della casa, della Patria, il cui concetto è stato ripreso dal Conservatore Inglese

Roger Scruton. Il termine casa, nell’antichità era ricco di significati e voleva dire: Comunità,

modo di vita, Nazione, struttura, cultura, ambiente. Le fonti storiche hanno cercato di

indicare esattamente quale siano state le cause che determinarono la Rivoluzione Francese

e sono ancora studiate, come quelle inerenti le modalità con le quali si è svolta, risultando

un evento di primaria importanza per tutti coloro che si avvicinano alla Politica e gli storici

concordano che essa fu il risultato di molte cause, convergenti in un dato momento, che

crearono gli uomini che a loro volta contribuirono a rafforzare l’effetto di quelle cause, ma

lo strumento essenziale per comprendere il tutto è tenere sempre in considerazione che la

vera causa è la natura umana che non cambia, ma può solo migliorare più che con il

conoscere gli avvenimenti, con un conosci te stesso. E’ noto che l’esortazione “conosci te

stesso” è una massima iscritta nel Tempio di Apollo a Delfi, città storica dell’antica Grecia

ed ora rilevante sito archeologico. La locuzione latina è “Nosce te ipsum”, oppure “Temet

nosce” e gli studiosi, anche se con alcune differenze, concordano sul fatto che con questa

sentenza Apollo intimasse agli uomini di “riconoscere la propria limitatezza e finitezza”.

L’invito a “stare al proprio posto”, a non “sconfinare” in ruoli che non sono propri, a

conoscere i propri limiti è quello mosso da Apollo a Diomede (V, 440-2) e ad Achille (X, 8-

10) nell’Iliade; in quanto, come rammenta Apollo, gli uomini non sono altro che “dei miseri

mortali che, come le foglie, ora fioriscono in pieno splendore, mangiando i frutti del campo,

ora languiscono e muoiono”. Il significato originario è incerto: per deduzione da alcune

formule a noi pervenute come: “Nulla di troppo. Ottima è la misura. Non desiderare

l’impossibile”. L’intento sarebbe quello di voler ammonire l’interlocutore a conoscere i

propri limiti, “conosci chi sei e non presumere di essere di più”; sarebbe stata dunque

un’esortazione a non cadere negli eccessi a non offendere la natura umana, che deriva dalla

creazione dell’uomo. Del resto tutta la tradizione antica mostra come l’ideale del saggio,

colui che possiede la “Sophrosyne”, termine utilizzato nei poemi omerici, che indica la

prudenza come capacità di autocontrollo e di riflessione, in definitiva, la saggezza, la

moderazione. Moderazione che non ci fu nella Rivoluzione Francese, come del resto, spesso,

è priva la nostra convivenza civile e politica, per effetto della mentalità introdotte da questo

evento rivoluzionario. Edmund Burke scrive nelle “Riflessioni sulla Rivoluzione Francese”:

“Fare una rivoluzione significa sovvertire l’antico ordinamento del proprio paese; e non si

può ricorrere a ragioni comuni per giustificare un così violento procedimento. […] Passando dai principî che hanno creato e cementato questa costituzione all’Assemblea

Nazionale, che deve apparire e agire come potere sovrano, vediamo qui un organismo

costituito con ogni possibile potere e senza alcuna possibilità di controllo esterno. Vediamo

un organismo senza leggi fondamentali, senza massime stabilite, senza norme di

procedura rispettate, che niente può vincolare a un sistema qualsiasi. [...] Se questa

mostruosa costituzione continuerà a vivere, la Francia sarà interamente governata da

bande di agitatori, da società cittadine composte da manipolatori di assegnati, da fiduciari

per la vendita dei beni della Chiesa, procuratori, agenti, speculatori, avventurieri tutti che

comporranno una ignobile oligarchia, fondata sulla distruzione della Corona, della

Chiesa, della nobiltà e del popolo. Qui finiscono tutti gli ingannevoli sogni e visioni di

eguaglianza e di diritti dell’uomo. Nella “palude Serbonia” di questa vile oligarchia tutti

saranno assorbiti, soffocati e perduti per sempre” (Edmund Burke, Riflessioni sulla

Rivoluzione in Francia, 1790). La prima riflessione dei Conservatori, sin dalle “Riflessioni

sulla Rivoluzione francese” pubblicate da Edmund Burke nel 1790, è quella concezione

tipicamente moderna secondo cui le istituzioni sociali e politiche non possono essere

progettate con l’utopia, servendosi, abusando della ragione e senza tenere conto di fattori

come costumi, tradizioni, convinzioni religiose e morali, pregiudizi. Edmund Burke,

rivolgendosi inoltre a tutti coloro che non rispettano la Tradizione, radicatasi da secoli, li

“accusa” di pura presunzione, condannando così la ragione individualistica e razionalistica

per difendere quella dell’intera società, ed anche quella religiosa. Subito dopo la stesura del

suo saggio “Riflessione sulla Rivoluzione Francese”, Edmund Burke, ebbe delle notizie dalla

Francia, che il clima rivoluzionario stava volgendo con delle rassicurazioni, circa il venir

meno delle contrapposizioni, verificatesi spesso in mondo violento, tra rivoluzionari e

Monarchia e che si stava preparando una festa, per far ritornare una certa armonia politica,

non più estremamente conflittuale. Si era raggiunto, istituzionalmente, l’impegno preso

dall’Assemblea Nazionale Costituente che sarebbe stata emanata una Costituzione, che fu

poi effettivamente emanata nel 1791, contenente un Preambolo, cioè la “Dichiarazione dei

Diritti dell’Uomo e del Cittadino”, che lasciava in vita la Monarchia e la vita del Re Luigi XVI,

il quale, comunque, andava ancora convinto politicamente, come Edmund Burke sottolineò

nel suo scritto Riflessioni sulla Rivoluzione Francese, che la Corona di Francia poteva

salvarsi con una Monarchia Costituzionale, che garantiva, comunque, al Re di Francia ed ai

suoi discendenti il diritto di dinastia. Come è noto, poi gli eventi precipitarono nel 1792,

dovuti al fatto che la Franci Rivoluzionaria entrò in guerra con le Monarchie Europee che

volevano rispristinare la situazione precedente all’evento rivoluzionario ed il Re Luigi XVI,

si comportò dopo slealmente. Comunque, la data del 14 luglio 1790, segnò un momento di

armonia e di buon auspicio di collaborazione tra Monarchia e rivoluzionari. Vi sono, tra altri

ancora, 2 quadri che, riflettendo, possono visivamente rappresentarci la differenza tra

Conservatori e Progressisti. Uno di questi è il dipinto denominato Festa delle Federazione,

14 luglio 1790, di Charles Monet (1732-1808), pittore ed illustratore francese, conosciuto per

le sue illustrazioni utilizzate nei libri, comprese le illustrazioni della Rivoluzione Francese.

L’altro è il dipinto denominato la Presa della Bastiglia di Jean Pierre Louis Laurent Houel

(1735-1813), pittore, incisore ed architetto francese. Il 14 luglio 1790, al Campo di Marte,

non si volle, in definitiva, celebrare l’anniversario della Presa della Bastiglia, evento che

doveva essere messo da parte, ma realizzare un Festa della Federazione, che fu svolta su

iniziativa di La Fayette che voleva festeggiare i Federati delle Guardie Nazionali della

Francia, ma il vero intento fu quello di voler federare in un’unione tutte le formazioni

politiche (Giacobini, Girondini, Foglianti, ecc.), per il bene della Nazione. Dopo una

celebrazione eucaristica sostenuta da Talleyrand ed in presenza di Luigi XVI e Maria

Antonietta, accompagnati da La Fayette, si prestò, da parte dei Deputati il giuramento alla

Nazione, quindi anche da parte del Re e della Regina, ed a comunicare che si stava

approntando una Costituzione che era ancora era in fase di preparazione. Questo momento

di Unione Nazionale aveva fatto credere tanto alla popolazione quanto all’Assemblea Nazionale Legislativa, che il Re avesse accettato i cambiamenti sociali e politici appena

instaurati, tanto che la popolazione presente al campo di Marte gridò: “Viva il Re”,

testimoniando la propria fiducia nella lealtà della monarchia. Anche i rapporti tra il Sovrano

e l’Assemblea Nazionale Legislativa si erano fatti più distesi ed infatti, nel frattempo, erano

state conservate numerose prerogative della monarchia e gli ideali repubblicani, già deboli,

si erano ulteriormente assopiti. Comunque, invece, Luigi XVI aveva in serbo di continuare a

tentare di conservare la sua autonomia e di riconquistare il potere assoluto che aveva

perduto, mantenendo contatti con le corti straniere, chiedendo loro supporto contro i

rivoluzionari e, come sincero cattolico, appoggiando il papa e i preti refrattari: il re infatti

sperava in un ritorno al passato, in una restaurazione (guidata però dall’estero e con l’aiuto

di potenze straniere). Il 14 luglio 1790 dalla Senna fino all’École militare, diverse centinaia

di migliaia di spettatori assistettero alla lunga parata di soldati volontari e di quelli della

Guardia Nazionale, giunti da tutti i Dipartimenti francesi per manifestare il loro sostegno al

Re e celebrare l’unità dei francesi attorno ad una monarchia costituzionale. Uno dei modi di

mistificare la storia lo si può evincere anche con l’indicare una data cogliendo l’occasione

che il giorno ed il mese coincidono. L’esempio è quello della Festa Nazionale Francese che

ebbe luogo il 14 luglio, e sono molti a credere, perché alcuni intellettuali progressisti così

hanno voluto far passare, che questo giorno e questo mese si riferiscono ad un anno, cioè il

1789, data della Presa della Bastiglia, ma non è così, in quanto il 14 luglio non si riferisce

all’anno 1789, bensì al 1790, che è la Festa della Federazione. Nel 1880, i Deputati

Repubblicani Francesi, introdussero dei confronti su quale anno scegliere, cioè il 1789 o il

1790, il 1792, il 1830, il 1848, il 1870, tutti anni importanti per gli eventi della storia Francese

e fu il deputato Benjamin Raspail a proporre l’adozione di un giorno il 14 luglio come festa

della Repubblica francese ed al Senato, e dopo vive discussioni, questo giorno (14 luglio)

conseguì un’unanimità nella scelta, ma si impose un’altra scelta, cioè di quale anno, il 1789

oppure il 1790. Il giorno 14 luglio 1789, data della Presa della Bastiglia, come simbolo, venne

giudicato troppo doloroso, soprattutto perché si versò del sangue, ed allora la scelta dei

Senatori ricadde, ottenendo la maggioranza dei voti, per il 14 luglio 1790, quello, dunque,

della Festa della Federazione. Tuttavia, attualmente, si pensa sempre di commemorare la

presa della Bastiglia del 14 luglio 1789, facendo scivolare a questa data la memoria collettiva

l’immaginario e del resto è un’operazione mentale semplice, ma intrisa di politicizzazione,

far eco a questa data. “E la Rivoluzione ha per monumento… il vuoto” (Jules Michelet),

riferendosi al fatto che non vi è alcun monumento come traccia della Festa della

Federazione, per ricordare il 14 luglio 1790 e, quindi, per chi volesse scegliere tale giorno,

che non è di contrapposizione. Edmund Burke, nel suo saggio Riflessioni sulla Rivoluzione

Francese, descrive tutte le violenze morali perpetrate contro la Regina Maria Antonietta, e

possiamo affermare che la sua morte è stata il primo femminicidio nella storia, del quale

nessuno ne parla! Prevedendone in un certo senso la fine brutale e umiliante (che avverrà

tre anni dopo sulla ghigliottina, finendo con il fare di lei il simbolo della fine di un’età della

cavalleria, da Edmund Burke amaramente rimpianta, contrapponendo anche la civiltà

dell’onore a quella del denaro, la civiltà del rispetto nei confronti di una donna, richiamando

in un certo senso l’epoca medievale con l’amor cortese (basata sull’idea che solo chi ama

possiede un cuore nobile) ed il dolce stil novo (una profonda ricerca verso un’espressione

raffinata e nobile dei propri pensieri), senza cadere al puro sentimentalismo o al distorto

concetto del romanticismo. In definita, Edmund Burke, vedeva lo sviluppo della Cavalleria,

come difesa dei più deboli, lealtà verso l’ordine costituito, l’integrità morale ed intesa in

questo nuovo senso la Cavalleria diventò per secoli il riferimento del gentiluomo, anche di

quegli uomini che non avevano origini militari. La Cavalleria aveva prodotto la formazione

di quel codice di comportamento del gentiluomo, nel corrispettivo femminile di gentil dama

o gentildonna, sia che appartenessero all’aristocrazia urbana, che negli ambienti rurali come

gentry (gentlemen). “L’età della cavalleria è finita. Quella dei sofisti, degli economisti e dei

contabili è giunta; e la gloria dell’Europa giace estinta per sempre” (Edmund Burke, Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia, pag. 131). Questa frase venne scritta quando

Edmund Burke seppe che alcuni rivoluzionari di Parigi, il 5 ottobre 1789, avevano fatto

irruzione, senza nessun riguardo, negli appartamenti della Regina Maria Antonietta (La

politica e gli Stati, a cura di Raffaella Gherardi, pag. 239). La vita di Maria Antonietta, Maria

Antonia Giuseppa Giovanna d’Asburgo-Lorena, nota semplicemente come Maria Antonietta

(1755-1793), iniziò quando, all’età di 15 anni, nel maggio del 1770, venne promessa dalla

Regina Maria Teresa d'Austria (1717-1780) - Regina consorte dell’Imperatore Francesco I

(1708-1765), Francesco Stefano di Lorena, Imperatore del Sacro Romano Impero con il

nome di Francesco I dal 1745 sino alla morte, nel 1765, già Duca di Lorena dal 1729 al 1737

con il nome di Francesco III, rinunciando al titolo cedendo la Lorena alla Francia ed

acquisendo in cambio la Corona del Granducato di Toscana. Quando divenne Granduca di

Toscana continuò a utilizzare il nome di Francesco III secondo la numerazione della dinastia

dei Lorena, piuttosto che il più logico “Francesco II” in continuità con la numerazione dei

granduchi medicei, tra i quali vi era stato un solo Francesco (Franceso I de’ Medici). Il caso

è simile a quello di Vittorio Emanuele II (1820-1878) di Savoia, che preferì continuare a

utilizzare il numerale della successione sabauda piuttosto che assumere il titolo di Vittorio

Emanuele I Re d’Italia. Furono i fondatori, con il loro matrimonio, del casato degli AsburgoLorena, la Dinastia più potente in Europa, al figlio (che divenne poi Luigi XVI) del Re di

Francia Luigi XV che sposò nel 1774, per suggellare l’alleanza tra l'Austria e la Francia contro

la Prussia e l’Inghilterra, ma anche per ragioni di alleanza economica-finanziaria. Nel 1775,

alla morte di Luigi XV, il figlio Luigi Augusto, tale era il suo nome dalla nascita, divenne Re

di Francia con il nome di Luigi XVI e Maria Antonietta divenne Regina ed aveva all’epoca 15

anni ed era la figlia: “Il destino l’ha posta simbolica Regina di questo secolo, perché con esso

viva la sua vita e muoia la sua morte” (Stefan Zweig, Maria Antonietta, Una vita

involontariamente eroica). A quel tempo i matrimoni tra le Monarchie Europee venivano

fatti, come alleanza, per mantenere ed ampliare il potere e tale consuetudine economicofinanziaria è rimasta per molti secoli, sino ad essere il matrimonio non più praticato tra

Dinastie, quando si decise che potevano essere messe in comune le proprie rispettive risorse,

realizzando così matrimoni non più tra nobili, ma tra nobili e persone della società civile,

come ad esempio, in Inghilterra con i Windsor, ma non solo, anche per le attuali Monarchie

esistenti in Europa. All’epoca il Regno di Francia si trovava in una situazione finanziaria

piuttosto precaria. Durante la guerra dei Sette anni, combattuta tra il 1756 e il 1763, il regno

si era pesantemente indebitato e nel 1776 Luigi XVI decise di partecipare a un’altra costosa

guerra, quella iniziata dai coloni americani contro il Regno Unito. Nonostante la vita nelle

diverse corti europee, che fossero a Vienna o Parigi, fosse piuttosto simile, Maria Antonietta

era percepita come una straniera ed una rappresentante di una potenza vicina e non sempre

amichevole, l’Austria. Dopo un primo entusiasmo per il suo arrivo, queste distanze si fecero

sempre più profonde e l’atmosfera nella corte di Francia sempre più ostile. Le finanze del

Regno ne uscirono ancora più compromesse e buona parte del biasimo, più che sulla politica

estera di suo marito, ricadde su Maria Antonietta. Le venne affibbiato un nuovo

soprannome, Madame Deficit, perché si riteneva che le sue eccentriche spese (spesso

inventate, come ad esempio foderare di diamanti e d’oro i corridoi di Versailles) avessero

ridotto il regno sul lastrico, a determinare un crescendo di ostilità nei confronti della Regina

Maria Antonietta. I numerosi libelli e pamphlet che in quei mesi circolavano per Parigi

l’accusavano di tutto, anche di abusi sessuali e di avere avuto rapporti con altre donne e di

manipolare il Re per assecondare gli scopi dell’Austria. Quest’odio aumentò ancora di più

con la fuga di Varennes, della quale fu accusata di essere l’ideatrice, e poi quando scoppiò la

guerra con l’Austria, nel 1792. Maria Antonietta venne accusata di aver chiesto l’aiuto delle

monarchie europee per stroncare la rivoluzione. Mentre alla guerra si univa anche il Regno

di Prussia, nell’estate del 1792, il Palazzo reale delle Tuileries venne assaltato e il Re e la

Regina furono costretti a rifugiarsi nella sede dell’Assemblea Legislativa. Le vennero mosse,

fondamentalmente, tre accuse: “esaurimento del tesoro nazionale”, “intrattenimento di rapporti e corrispondenza segreti” con il nemico (l’Austria e i filo-monarchici

controrivoluzionari) e “cospirazioni contro la sicurezza nazionale ed estera dello Stato”. Fu

aggiunto, anche, un capo d’accusa a sfondo sessuale, rifacendosi ad un articolo di giornale

di Jean Paul Marat, ma non fu mai provato, e che Marat aveva scritto per portare discredito

alla Monarchia. Maldicenze tali, che non le consentirono di riuscire a cancellarle di fronte

all’opinione pubblica l’immagine di una donna frivola, irresponsabile, assetata di lusso e

dissipatrice, anche se la sua giovane età, per sopperire alla solitudine, alla noia ed a un

matrimonio deludente e tormentato, le fecero fare delle frivolezze, dedicandosi a costosi

divertimenti a Corte. E’ un retaggio della Rivoluzione Francese quello di essere accusati da

un Giornale e non avere l’opportunità di un contraddittorio, prima della pubblicazione di

notizie che investono l’onorabilità e la dignità di una persona, trincerandosi con il “ti

difenderai al processo”, ma intanto il discredito, prima del processo e prima di un’eventuale

assoluzione o archiviazione ha provocato danni irreparabili alla persona. Era evidente,

comunque, che la donna veniva processata per alto tradimento ed i Deputati della

Convenzione, accusatori e Giudici nello stesso tempo, erano condizionati dalle notizie

giornalistiche che scrivevano della leggerezza del suo carattere, i favoritismi e le ingerenze

negli intrighi di corte, che inimicarono molte delle grandi famiglie dell’antica nobiltà che

non vivevano a Corte di Versailles e che contribuirono a diffondere maldicenze e dicerie

contro di lei, soprannominata con disprezzo l’Austriaca. Alla Regina fu vietato di indossare

abiti vedovili durante il tragitto dalla prigione alla ghigliottina, per cui al posto dell’abito

nero che portava dal giorno della morte del re, indossò un vestito bianco, l’antico colore del

lutto per le regine di Francia. Le sue ultime parole furono poco solenni e rivolte ad Henri

Sanson, il suo boia, a cui aveva pestato un piede per sbaglio: “Perdonatemi signore, non l’ho

fatto apposta”. Anni dopo, Napoleone Bonaparte, a proposito della morte di Maria

Antonietta, scrisse: “Una donna che non aveva se non gli onori senza il potere; una

principessa straniera, il più sacro degli ostaggi; trascinarla dal trono al patibolo,

attraverso ogni sorta d'oltraggi ... Vi è in ciò qualcosa di peggio del regicidio”. Potemmo

affermare, a distanza di anni, che qualcosa di peggio del regicidio è stato il suo femminicidio

e non vi è dubbio, che la morte di Maria Antonietta, è stata la prima forma di femminicidio,

che è la violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura

ideologica, quella della superiorità, nefasta e deleterio, dell’uomo di matrice patriarcale, allo

scopo di perpetuare nei confronti della donna la subordinazione e di annientarne l’identità

attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte, come fu per

Maria Antonietta. Il Pontefice Pio VI (1717-1799), dichiarò martiri sia Luigi XVI che sua

sorella Elisabeth Philippine Marie-Helene de Bourbon (1764-1794), nota anche

come Madame Élisabeth, Principessa di Francia. Era la sorella minore di Luigi XVI, che

restò accanto al Sovrano ed alla sua famiglia, e che, venne ghigliottinata il 10 maggio 1794,

accusata di aver favorito la Fuga del Re, e di aver finanziato con denaro gli emigrati (èmigrè),

cioè Nobili ed altri cittadini che lasciarono la Francia con l’inizio della Rivoluzione e di aver

incoraggiato la resistenza alla Guardia Nazionale durante la giornata del 10 agosto 1792.

Elisabeth Philippine Marie-Helene de Bourbon, conosciuta anche come Madame Élisabeth,

Principessa di Francia, fu dichiarata martire, come suo fratello Luigi XVI, della Chiesa

Cattolica nel 1794, serva di Dio nel 1953 e dal 1924 è in corso una causa di beatificazione,

che è stata riaperta nel 2017, in quanto la sua fama di santità perdura ancora ai giorni nostri,

tramite l’Association pour la béatification de Madame Elisabeth de France, nata il 10 maggio

2016, giorno dell’anniversario della morte della principessa, come associazione privata di

fedeli di diritto diocesano. Essa si è costituita attore della causa di canonizzazione,

nominandone postulatore l’Abbé Xavier Snoek. Preso atto del nulla osta concesso dalla

Santa Sede e del parere positivo ricevuto dalla Conferenza Episcopale Francese, in data 15

novembre 2017, l’Arcivescovo di Parigi Card. André Vingt-Trois ha promulgato l’editto che

sancisce l’avvio ufficiale della causa. Il Pontefice Pio VI nella sua allocuzione Quare Lacryme

del 17 giugno 1793, affermò che la condanna di Luigi XVI, fu una cospirazione dei Deputati della Convenzione Nazionale, che non aveva nè titolo, nè autorità e rilevò che i Rivoluzionari

Francesi, Deputati alla Convenzione, non vollero che si esprimesse il popolo circa la

condanna. Eppure, sostenne, che la Convenzione Nazionale, con i suoi Deputati, avevano

trasmesso ogni pubblico potere al Popolo, ma loro stessi non avevano fiducia nel popolo,

ritenendo che il popolo non si lascia guidare né dalla ragione, né dal consiglio e non fa

distinzione fra il giusto e l’ingiusto che apprezza e stima poche cose secondo verità, molte

invece secondo l’opinione corrente. I Rivoluzionari, ritenevano, in definitiva, che il Popolo è

incostante, facile ad essere ingannato e condotto a tutti gli eccessi ed è ingrato, arrogante,

crudele e gode nel vedere il sangue umano, la strage, i lutti e lo strazio dei morenti, come si

vedeva negli antichi anfiteatri, e se ne gode voluttuosamente e la ghigliottina apparteneva

alla loro mentalità. Tra i drammi della condanna vi era anche il fatto che i Rivoluzionari,

Deputati alla Convenzione Nazionale, non contenti di aver degradato il Re a semplice

cittadino e che proprio per questo doveva meritare almeno un diverso trattamento non

volendolo più riconoscere come Re, stabilirono che loro stessi dovevano essere sia accusatori

che Giudici, pur avendogli dimostrato, apertamente ogni ostilità. Il Pontefice, inoltre, nella

sua allocuzione cita Sant’Agostino che disse: “Non è il supplizio che fa il martire, ma la

causa”. Il Pontefice, nella sua Allocuzione, scrisse anche di Maria Stuarda (1542-1567), di

religione cattolica, e la causa fu quella di essere rivale dei facinorosi Calvinisti, e fu quella,

se pur in diverse epoche, anche per il Re Luigi XVI, che erano devotissimi al cattolicesimo

ed alla Sede Apostolica di Roma. Maria Stuarda, fu fatta decapitare da Elisabetta I, di

religione protestante, per ragioni politico-dinastiche, ma la vera causa ebbe origine nella

contrapposizione tra cattolici e protestanti, e la fece giustiziare nel 1587, con decapitazione,

dopo averla imprigionata per diciannove anni. Maria Stuarda, disse: “Guardate nelle vostre

coscienze e ricordate che il teatro del mondo è più vasto del regno d’Inghilterra”. Tale

invito, poteva e doveva essere preso in considerazione anche per una Repubblica, instaurata

dai Rivoluzionari Francesi. Inoltre, nell’Allocuzione, il Pontefice Pio VI, aggiunse: “Già da

tempo i Calvinisti avevano cercato di abbattere in Francia la Religione Cattolica; ma

bisognava prima preparare gli animi. Il popolo doveva essere indottrinato con empie

ideologie che essi non desistevano di spargere fra il volgo per mezzo di libelli riboccanti di

perfidie ed eccitanti alla rivolta; e per realizzare il loro intento utilizzavano l’opera di

filosofi”. Quello che aveva presupposto Edmund Burke, circa l’intento di sostituire la

confessione cattolica con quella calvinista, trovava così riscontro nella successiva

Allocuzione del Pontefice Pio VI. Nell’Allocuzione, vennero citate, anche, le parole del Re

d’Inghilterra Giacomo I: “che egli veniva calunniato in tutte le assemblee popolari non

perché avesse commesso qualche crimine, ma soltanto perché era il Re; il che era ritenuto

il peggiore di tutti i crimini”. Secondo il Pontefice Pio VI, il Re fu decapitato, come Maria

Stuarda a causa della volontà di protestanti anticattolici, ed il riferimento è agli Ugonotti

(calvinisti francesi) “già da tempo i Calvinisti avevano cercato di abbattere in Francia la

Religione Cattolica; ma bisognava prima preparare gli animi”, che diffusero secondo il

Pontefice con un sentimento anti-monarchico in spregio alla confessione cattolica della

Chiesa di Roma e, quindi, non solo per motivi politici: “E chi mai potrebbe mettere in dubbio

che quel Re fu messo a morte per odio contro la Fede e oltraggio ai dogmi del

Cattolicesimo?”. E’ da ricordare, circa il Pontefice Pio VI, che il 15 febbraio 1798 fu destituito

dai Francesi, a seguito del 28 dicembre 1797, quando in uno scontro tra giacobini romani e

soldati pontifici, venne ucciso il generale francese Mathurin Lèonard Duphot (1769-1797),

ospite a Roma dell'ambasciatore francese, presso la Santa Sede, Giuseppe Bonaparte (1768-

1844) - fratello maggiore di Napoleone Bonaparte - che fu poi Re di Napoli dal 1806 al 1808

e Re di Spagna dal 1808 al 1813. La morte del Generale Mathurin Lèonard Duphot (1769-

1797), rappresentò per i francesi la causa per scatenare l’invasione dello Stato pontificio che

il Pontefice Pio VI fu dichiarato decaduto dal potere temporale e fu proclamata, sul modello

francese, la Repubblica Romana ed il Pontefice fu esiliato e dopo diverse traversìe in Francia,

dove morì, e le sue spoglie rientrarono dalla Francia a Roma e poté avere una degna sepoltura nella Basilica di San Pietro, solo il 17 febbraio 1802. Comunque, a differenza di

quanto avvenuto con i Romanov, l’Imperatore Nicola II, condannato a morte dai bolscevichi

che venne fucilato insieme a tutta la sua famiglia nel luglio 1918, a seguito dell’inizio della

rivoluzione Bolscevica (La Russia riabilita lo zar Nicola II. Fu una vittima del bolscevismo

(cfr. La Stampa.it, La Stampa, 1º ottobre 2008), che sono stati riabilitati ufficialmente dalla

Corte suprema russa e canonizzati dalla Chiesa ortodossa, la Regina Maria Antonietta ed il

Re Luigi XVI non sono mai stati simbolicamente “assolti” dall’accusa di tradimento da parte

dei Tribunali francesi. Sebbene, invece, non vi furono delle condanne, per atto di tolleranza,

già con la restaurazione di Luigi XVIII, che punì con l’esilio, e non con la morte, mediante la

promulgazione della Legge, del 1816, circa i Regicidi, cioè nei confronti di coloro che avevano

deliberato la morte sia del Re che della Regina. L’amnistia, fu sollecitata per grande spirito

di liberalità, da Carlo X di Borbone (1757-1836), noto come Conte d’Artois, e Re di Francia

dal 1824 al 1830, pur essendo fratello sia del Re Luigi XVI, ghigliottinato nel 1793, e di Luigi

XVIII, che lo precedette come Re di Francia dal 1814 al 1824. Tale atto resta un grande atto

di tolleranza nei confronti dei rivoluzionari, pur essendosi loro macchiati di sangue,

determinando un retaggio, quello di sentirsi “assolti” dagli eccidi perpetrati. Comunque, sia,

si deve alla Rivoluzione Francese il valore della libertà in ogni settore, da quello politico, a

quello civile ed economico, considerando che ogni uomo, per natura, possiede dei diritti che

nessuno gli può togliere, quali anche libertà di pensiero, la libertà di associazione, la libertà

di stampa, con il suo corollario di diritto di cronaca.


Emerito On. Console

Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana n. 224 del 26/09/2006

Gianni Sabàto

Storico- Giureconsult

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