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Una storia non molto romantica quella della Rivoluzione Francese

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    La Redazione
  • 15 ore fa
  • Tempo di lettura: 10 min

La Rivoluzione Francese non è una storia romantica di rivendicazione ed acquisizione di

diritti, che risultarono solo come proclamati e mai attuati, e tutti coloro che l’hanno studiata

affermano che ha rinnegato, nel corso del suo svolgimento, se stessa, nel sostituire il

dispotismo di un Re, ghigliottinato, con un altro dispotismo, quello che aveva in Robespierre

la massima espressione, che finisce a sua volta sul patibolo della ghigliottina, che portò poi

ad un dispotismo oligarchico, con Napoleone Bonaparte, che trasformò la rivoluzione, dopo

un breve periodo repubblicano, in Impero Francese, sostituendo così una monarchia, in

un’altra monarchia, sotto il nome di Impero, un Re con un Imperatore, con un epilogo che

lascia amarezza, per noi italiani, anche dopo, con la Restaurazione, che riportò, nel 1815, la

situazione a prima della rivoluzione con il Congresso di Vienna, per noi italiani anche peggio,

con il Lombardo-Veneto che andò sotto l'Impero Austro-Ungarico, e che ci vollero per

l’Italia, tre guerre d'indipendenza, di cui l'ultima, nel 1865, 5 anni dopo l’Unità d’Italia, per

farlo ricadere nella nostra penisola italiana. Questo evento storico che non dovrebbe essere

considerato limitatamente come un semplice fatto storico-culturale, iniziato nel 1789, viene

presentato o è stato presentato condizionato da interessi politici di parte, da parte di

intellettuali “schierati” o “contrapposti” ai sistemi di potere che si sono presentati nella

storia e poi si è diffuso ed ancora, purtroppo, si diffonde, privo di accurate analisi ed

approfondimenti, tanto che è giunto ai nostri giorni con narrazioni letterarie ed anche

nell’insegnamento statale, con il consenso tacito di molti, subordinando alla Rivoluzione

Francese una concezione della storia che non tiene conto dei diversi profili, educando quasi

ad una mentalità rivoluzionaria in ogni ambiente, preparandola, magari inconsapevolmente

a futuri errori nella convivenza civile. Bisognerebbe rileggere la storia della Rivoluzione

Francese, analizzarla con animo critico, magari anche, forse, rispettarla alla fine, come si

può alla fine rispettare noi stessi in quel conosci te stesso, in quanto la Rivoluzione Francese,

con le mentalità che ha realizzato, è in noi, nelle nostre anime, un po’ rivoluzionarie e nello

stesso tempo conservatrici, in attesa di una nostra scelta definitiva. Roger Scruton,

Conservatore Inglese, recentemente scomparso nel 2020, nel dar ragione ad Edmund Burke

circa la natura degli uomini, ha proposto, di avviare una Dialettica Sociale su temi ed

argomenti da scegliere liberamente, per addivenire anche a soluzioni, magari solo

dialettiche, su cosa rinunziare o disfarsi per conseguire un’unità sociale, considerato che

quella politica è difficile da conseguire, se non per necessità contingenti. Certo una Dialettica

che resti nel Sociale, per non confliggere politicamente per poi dare una lezione alla politica,

si potrebbe sviluppare anche eventualmente su quanto fu la Rivoluzione Francese che è

all’origine della contrapposizione, talvolta sterile, tra Conservatori e Progressisti, indicando

dei punti di contatto tra il Conservatorismo e l'Illuminismo, mediante la filosofia di

Immanuel Kant. William Shakespeare (1564-1616), scriveva: “Presta a tutti il tuo orecchio,

a pochi la tua voce” ed il nostro auspicio è quello che almeno in pochi possano intendere.

Sarebbe opportuno e necessario, almeno per coloro che si avvicinano alla Politica, dando per

scontati coloro che fanno politica, considerare, quindi, che l’Evento Rivoluzione Francese è

l’elemento principale fondatore dell’epoca contemporanea, sia se si consideri come un

evento del passato, fausto o infausto, in quanto consiste, essenzialmente, nel crocevia tra la

Tradizione ed il Progressismo. Edmund Burke, parlamentare britannico, detto il “Cicerone

Britannico”, scrisse, nel 1790, proprio quando si stava svolgendo la Rivoluzione francese, un

pamphlet “Riflessioni sulla Rivoluzione Francese” e la considerò non come un movimento

politico che avrebbe avuto una certa legittimazione a creare una democrazia costituzionale

e rappresentativa, bensì una violenta rivolta provocata e gestita da subdole persone, per

conseguire interessi personali, contro la tradizione e la legittima autorità e con un

esperimento sconnesso dalla realtà complessa della società umana, prevedendone gli effetti

con i disastri che si realizzarono, sia sul piano umano che istituzionale ed infatti, la

Rivoluzione Francese consentì di realizzare un fenomeno individualistico, che portò al

potere autocratico Napoleone Bonaparte. L’auspicio è che con una Dialettica Sociale si

potrebbe aprire una nostra riflessione ed analisi al riguardo, senza trasformarsi in diatribe

dialettiche, che sono poi difficili da sopire, analizzando e non rinviando le questioni che

vengono considerate e credute come superate e che, invece, vivono ancora tra noi. Certo che

ogni Dialettica Sociale, pur non politica, che si potrebbe aprire sull’argomento Rivoluzione

Francese, probabilmente potrebbe sempre finire nel trasformarsi in diatribe dialettiche a

carattere politico, difficili da sopire, magari rinviando l’analisi, quindi, su antiche questioni

che vengono considerate e credute come superate e che, invece, vivono come mentalità

ancora tra noi e che si dovrebbero superare. Del resto, un Liberal - Conservatore, prima delle

idee politiche, prima dei Partiti, prima dei movimenti politici, sociali, culturali, analizza

l’animo, cioè se vi è un dis-valore tra un agire politico ed un agire morale, tenendo conto

delle persone che pongono in essere azioni e comportamenti di pari dignità. Accanto ai

rivoluzionari con le loro ideologie, si ricorda, anche, Jacques Necker, un ginevrino, di

confessione calvinista, che si era stabilito a Parigi nel 1748, quando divenne impiegato del

banchiere ginevrino Isaac Vernet, poi suo socio nella società in accomandita Thellusson,

Necker & C. (1756-1770), divenendo la Banca più importante in Francia e che si ritrovò in

pochi anni a capo di un’enorme fortuna e nel settembre 1768, dopo alcuni moti rivoluzionari

a Ginevra, da Ministro della Repubblica di Ginevra (nel 1536 la città di Ginevra aderendo

alla Riforma Protestante divenne una Repubblica) entrò con un incarico diplomatico in

contatto con la Corte di Francia, incarico che mantenne fino al novembre 1776, e fu nominato

“Direttore Generale del Tesoro” di Francia. La fama di abilissimo finanziatore s’accrebbe per

Jacques Necker dopo le nozze con Suzanne Curchod (1764), colta e intelligente, che,

raccogliendo nel suo salotto i più illustri personaggi di Parigi, creò attorno al marito una rete

di preziose amicizie, che avrà su lui un grande ascendente, come donna intelligente, colta e

letterata, le cui conoscenze negli ambienti politici lo aiutarono a combinare i propri affari

preparandosi a dedicarsi all’attività politica. Gli storici hanno rilevato un equivoco di fondo,

cioè che il ginevrino non era un genio finanziario, né uno statista, ma era un ottimo

banchiere, un eccellente contabile, ma gli sfuggiva, oppure non faceva finta di non

accorgersi, per suo interesse, sia il contenuto che la dimensione della crisi che travagliava la

Francia, crisi di cui quello finanziario era soltanto uno degli aspetti. Fu proprio su consiglio

di Jacques Necker che, nel 1788, il Re Luigi XVI stabilì che ci sarebbero state le elezioni degli

Stati Generali, dopo la prima, risalente, addirittura, al 1614, allo scopo di far approvare le

riforme monetarie. Fu un maldestro consiglio, a propri fini e vantaggi personali, in quanto

l’elezione degli Stati Generali si rilevò uno degli eventi più negativi, subito dopo la loro

convocazione il 5 maggio 1789, quando il III° Stato si autoproclamò Assemblea Nazionale e

diete modo a chi non era stato eletto di provocare l’inizio della Rivoluzione Francese il 14

luglio 1789. Jacques Necker e Suzanne Curchod, erano i genitori di Anne-Louise Germaine

Necker, Baronessa di Stael - Holstein, meglio nota con il nome di Madame de Stael, che cercò

in tutti i modi di diffondere il Romanticismo in Italia, ma non mai stato approfondito il suo

vero intento, del quale alcune analisi storiche affermano che ebbe un duplice motivo, il

primo di introdurre (con l’impegno di risorse finanziarie) la confessione calvinista, ed il

secondo quello di indebolire l’idea di Nazione in Italia, nell’ambito del risorgimento italiano.

Per Edmund Burke, vi furono delle idee che si trasformarono in ideologie e che furono

portate all’interno dell’Assemblea Nazionale Costituente, soprattutto tramite l’Abate Sieyés

(1748-1836), ed altri, e nel suo testo “Riflessioni sulla Rivoluzione Francese”, scrive: “...

architetti della rovina, stavano calpestando ogni regola e tradizione nell'astratto e

pericolosissimo intento di fare tabula rasa del passato” e rivolgendosi, inoltre, a tutti coloro

che non rispettarono la Tradizione, radicatasi da secoli, e li accusa di pura presunzione,

condannando così la ragione individualistica. Edmund Burke, inoltre, individuò

un’offensiva contro la Chiesa Cattolica, da parte degli Ugonotti (calvinisti francesi) e

comunque da parte di coloro che professavano la religione protestante e volevano che si

affermasse in Francia. Edmund Burke, riconobbe nei primi atti dell’Assemblea Nazionale,

dominata dalle teorie politiche dell’Abate Sieyès, sostenute anche dal Vescovo Talleyrand,

un esplicito attacco alla Tradizione Cattolica, concretizzatosi, inizialmente, nella confisca

delle proprietà della Chiesa con l’emanazione della Costituzione Civile del Clero. Per

Edmund Burke, pertanto, ci furono dei disegni anche ben più tenuti nascosti, oltre quello

finanziario, con il tentativo di introdurre la confessione religiosa calvinista in sostituzione di

quella cattolica e, pertanto, difese la ragione del bene comune religioso, al quale, invece,

l’individualismo si contrapponeva per ottenere propri vantaggi, che si concretizzarono

proprio con la confisca pubblica, ma a vantaggio di pochi delle proprietà fondiarie della

Chiesa, ed in primo luogo per l’Abate Emmanuel Joseph Sieyès, al quale dovremmo anche

aggiungere, come accennato, il Vescovo Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord (1754-

1838). Ma c’era qualcosa di più, dietro alla secolarizzazione (nazionalizzazione) dei beni

ecclesiastici con la Costituzione Civile del Clero, vi era, come garanzia, l’emissione di un

prestito nazionale mediate gli “assignat” (assegnati), che finirono, con la vendita dei beni

immobiliari della Chiesa Gallicana, ad arricchire sia Sieyés che Talleyrand. Il Pontefice Pio

VI (1717-1799) che esercitò tale magistero dal 15 febbraio 1775 sino alla sua morte, fu

costretto a prendere posizione ed il 10 marzo 1791, con il documento pontificio (litterae

apostolicae) “Quod Aliquantum”, condannò la Costituzione Civile del Clero, perché

intaccava la costituzione della Chiesa Cattolica ed il 13 aprile, con un altro documento

pontificio “Charitas”, dichiarava sacrilega la consacrazione di nuovi vescovi, sospendendo a

divinis Vescovi e prelati (denominati da quel momento: costituzionalisti o preti giurati)

condannando il giuramento di fedeltà a tale “Costituzione Civile del Clero”.

Indipendentemente da questo aspetto, non si tratta di conoscere accademicamente la Storia,

ma di trovare in quell’evento rivoluzionario e nelle persone che vi parteciparono, uno

strumento, cioè imparare e saper bene interpretare il presente, con riferimento anche a

quello politico e sociale, in cui si vive, e trarre le proprie valutazioni e le proprie scelte,

sempre tenendo in considerazione la natura degli uomini, come suggerisce di fare Edmund

Burke, e che si riproduce nel tempo, e quindi che investe anche il presente determinando

fatti ed eventi che si verificano e possono verificarsi anche in futuro se non in modo del tutto

simile, ma esattamente come in passato, nell’alveo della società, ritenendo che analisi e

riflessioni possano risultare utili e fondamentali. “L’individuo è uno sciocco, ma la specie è

saggia”, affermò Edmund Burke. Noi potremmo aggiungere, senza nulla togliere, che vi

sono anche coloro che vogliono mettere in discussione la saggezza umana, per affermare

agevolmente la loro scaltrezza ed il loro potere. Edmund Burke, è attento e prudente,

conoscendo questo antico proverbio: “Non parlare ad uno stolto, perché egli disprezzerà le

tue sagge parole”. La saggezza inglese ha un pragmatismo esemplare ed è proverbiale per le

sue scelte, sempre attenta al presente con riferimento alla Tradizione, anche in determinate

scelte recenti, senza soffermarsi al riguardo per non essere fraintesi. In passato, ad esempio,

durante la I Guerra Mondiale (1914-1918), i sentimenti antitedeschi presenti nella

popolazione britannica spinsero il Re Giorgio V (1865-1936) a mutare nel 1917, tramite un

Ordine in Consiglio, il nome della famiglia reale, sostituendo la denominazione di chiara

provenienza tedesca con altra. Il nome della Casa Reale che era “Sassonia-Coburgo-Gotha”

venne cambiato in “Windsor” ed il Re Giorgio V, Re d’Inghilterra, scelse il nuovo nome

ispirandosi alla cittadina di Windsor ed alla torre circolare del Castello di Windsor fatta

costruire da Enrico II Plantageneto (1133-1189), Re d’Inghilterra dal 19 dicembre 1154 sino

alla sua morte, il 6 luglio 1189, costituendo il centro della monarchia britannica. Inoltre,

nell’aprile 1952, due mesi dopo la sua ascesa al trono, la Regina Elisabetta II (1926-2022),

ribadì, dichiarando al Consiglio della Corona, la sua volontà e gradimento per il nome

Windsor, con questa frase: “io e i miei figli dobbiamo essere designati e conosciuti come

casa e famiglia Windsor, e che i miei discendenti che si sposano, e i loro discendenti,

debbano portare il nome Windsor”. Ancora un esempio ed è quello che riguarda Oliver

Cromwell (1599-1658), in quanto sarebbe inimmaginabile e chissà quanti attriti e polemiche

susciterebbe, come peraltro già successo in Italia, se si dovesse fare una statua o attribuire

una Piazza o una Via a qualche italiano che ha vissuto in passato e che è stato catalogato non

“conforme” ad una certa cultura, quando, invece, abbiamo modo di constatare quanto gli

Inglesi, a differenza di noi italiani e di altri Europei, siano più obiettivi ed intellettualmente

più onesti nell’esprimere giudizi storici sui loro personaggi e figure storiche. Ad esempio, a

sostegno di questa riflessione c’è anche il fatto che gli inglesi, davanti a Westminster, Sede

del loro Parlamento, hanno innalzato una statua ad Oliver Cromwell (1599-1658), regicida,

cioè che condannò a morte Re Carlo I Stuart nel 1649 e che realizzò un colpo di Stato, in

quanto nel 1653 sciolse il Parlamento Inglese e concentrò su di sé tutti i poteri, come Lord

Protettore del Commonwealth, insomma un Dittatore, i cui poteri dittatoriali passarono,

addirittura, al figlio Richard Cromwell, in una sorta se non preciso intento di nepotismo.

Eppure gli Inglesi, davanti a Westminster in una Nazione dove ancora vige la Monarchia con

una vera forma di parlamentarismo sia formale che sostanziale, sottratto ad ogni autorità di

Governo, ha eretto una statua a questa figura repubblicana, in una Nazione, si ribadisce,

dove vige la Monarchia, pur essendo stato Oliver Cromwell un regicida ed un Dittatore. In

altre parole gli Inglesi, molto meno ideologizzati e più pragmatici di noi italiani o di altre

nazionalità degli Stati Europei, sono stati capaci di riconoscere i meriti storici del

personaggio prescindendo da quella che potrebbe essere l’ideologia dominante e

conformista, tanto da dedicargli una Statua, per ricordare un uomo, nel cui periodo la

Monarchia fu sovvertita ed al suo posto fu realizzata una Repubblica, che gli inglesi

qualificano come un loro inciampo della loro tradizionale storia. Il metodo di analisi che

utilizza Edmund Burke è quello di Immanuel Kant, cioè dell’analisi critica, quello delle

scienze naturali, della scienza della natura umana, fondata su una filosofia che si estende ad

analizzare tutti i fatti della natura, compresa la vita delle società umane ed i suoi problemi

economici, politici e morali. La Rivoluzione Francese consentì a molti la conquista di

vantaggi personali, ma per molti furono provvisori ed effimeri, tranne che per pochi, come,

ad esempio per Jacques Necker, ma anche per Seyés e Talleyrand, che attraversarono

indenni tutte le fasi della rivoluzione, restando in vita anche dopo la proclamazione

dell’Impero di Napoleone Bonaparte, seppero muoversi e districarsi per le loro doti

personali di saper approfittare degli eventi, se non anche di provocarli per conseguire

interessi di varia natura. Anche in Politica si può fare riferimento alla “Teoria dell’albero

senza radici”. Vi è un albero senza radici che vuole far crescere dei frutti, come di portare dei

cittadini in piazza, ma un albero senza radici non puó dare dei frutti. Ed allora l’albero si

costruisce dei finti rami (le parole), ma presto i frutti (i cittadini), si accorgono che non

possono crescere su quei rami, estirpando l’albero.


Emerito On. Console

Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana n. 224 del 26/09/2006

Gianni Sabàto

Storico- Giureconsult

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