Una storia non molto romantica quella della Rivoluzione Francese
- La Redazione

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La Rivoluzione Francese non è una storia romantica di rivendicazione ed acquisizione di
diritti, che risultarono solo come proclamati e mai attuati, e tutti coloro che l’hanno studiata
affermano che ha rinnegato, nel corso del suo svolgimento, se stessa, nel sostituire il
dispotismo di un Re, ghigliottinato, con un altro dispotismo, quello che aveva in Robespierre
la massima espressione, che finisce a sua volta sul patibolo della ghigliottina, che portò poi
ad un dispotismo oligarchico, con Napoleone Bonaparte, che trasformò la rivoluzione, dopo
un breve periodo repubblicano, in Impero Francese, sostituendo così una monarchia, in
un’altra monarchia, sotto il nome di Impero, un Re con un Imperatore, con un epilogo che
lascia amarezza, per noi italiani, anche dopo, con la Restaurazione, che riportò, nel 1815, la
situazione a prima della rivoluzione con il Congresso di Vienna, per noi italiani anche peggio,
con il Lombardo-Veneto che andò sotto l'Impero Austro-Ungarico, e che ci vollero per
l’Italia, tre guerre d'indipendenza, di cui l'ultima, nel 1865, 5 anni dopo l’Unità d’Italia, per
farlo ricadere nella nostra penisola italiana. Questo evento storico che non dovrebbe essere
considerato limitatamente come un semplice fatto storico-culturale, iniziato nel 1789, viene
presentato o è stato presentato condizionato da interessi politici di parte, da parte di
intellettuali “schierati” o “contrapposti” ai sistemi di potere che si sono presentati nella
storia e poi si è diffuso ed ancora, purtroppo, si diffonde, privo di accurate analisi ed
approfondimenti, tanto che è giunto ai nostri giorni con narrazioni letterarie ed anche
nell’insegnamento statale, con il consenso tacito di molti, subordinando alla Rivoluzione
Francese una concezione della storia che non tiene conto dei diversi profili, educando quasi
ad una mentalità rivoluzionaria in ogni ambiente, preparandola, magari inconsapevolmente
a futuri errori nella convivenza civile. Bisognerebbe rileggere la storia della Rivoluzione
Francese, analizzarla con animo critico, magari anche, forse, rispettarla alla fine, come si
può alla fine rispettare noi stessi in quel conosci te stesso, in quanto la Rivoluzione Francese,
con le mentalità che ha realizzato, è in noi, nelle nostre anime, un po’ rivoluzionarie e nello
stesso tempo conservatrici, in attesa di una nostra scelta definitiva. Roger Scruton,
Conservatore Inglese, recentemente scomparso nel 2020, nel dar ragione ad Edmund Burke
circa la natura degli uomini, ha proposto, di avviare una Dialettica Sociale su temi ed
argomenti da scegliere liberamente, per addivenire anche a soluzioni, magari solo
dialettiche, su cosa rinunziare o disfarsi per conseguire un’unità sociale, considerato che
quella politica è difficile da conseguire, se non per necessità contingenti. Certo una Dialettica
che resti nel Sociale, per non confliggere politicamente per poi dare una lezione alla politica,
si potrebbe sviluppare anche eventualmente su quanto fu la Rivoluzione Francese che è
all’origine della contrapposizione, talvolta sterile, tra Conservatori e Progressisti, indicando
dei punti di contatto tra il Conservatorismo e l'Illuminismo, mediante la filosofia di
Immanuel Kant. William Shakespeare (1564-1616), scriveva: “Presta a tutti il tuo orecchio,
a pochi la tua voce” ed il nostro auspicio è quello che almeno in pochi possano intendere.
Sarebbe opportuno e necessario, almeno per coloro che si avvicinano alla Politica, dando per
scontati coloro che fanno politica, considerare, quindi, che l’Evento Rivoluzione Francese è
l’elemento principale fondatore dell’epoca contemporanea, sia se si consideri come un
evento del passato, fausto o infausto, in quanto consiste, essenzialmente, nel crocevia tra la
Tradizione ed il Progressismo. Edmund Burke, parlamentare britannico, detto il “Cicerone
Britannico”, scrisse, nel 1790, proprio quando si stava svolgendo la Rivoluzione francese, un
pamphlet “Riflessioni sulla Rivoluzione Francese” e la considerò non come un movimento
politico che avrebbe avuto una certa legittimazione a creare una democrazia costituzionale
e rappresentativa, bensì una violenta rivolta provocata e gestita da subdole persone, per
conseguire interessi personali, contro la tradizione e la legittima autorità e con un
esperimento sconnesso dalla realtà complessa della società umana, prevedendone gli effetti
con i disastri che si realizzarono, sia sul piano umano che istituzionale ed infatti, la
Rivoluzione Francese consentì di realizzare un fenomeno individualistico, che portò al
potere autocratico Napoleone Bonaparte. L’auspicio è che con una Dialettica Sociale si
potrebbe aprire una nostra riflessione ed analisi al riguardo, senza trasformarsi in diatribe
dialettiche, che sono poi difficili da sopire, analizzando e non rinviando le questioni che
vengono considerate e credute come superate e che, invece, vivono ancora tra noi. Certo che
ogni Dialettica Sociale, pur non politica, che si potrebbe aprire sull’argomento Rivoluzione
Francese, probabilmente potrebbe sempre finire nel trasformarsi in diatribe dialettiche a
carattere politico, difficili da sopire, magari rinviando l’analisi, quindi, su antiche questioni
che vengono considerate e credute come superate e che, invece, vivono come mentalità
ancora tra noi e che si dovrebbero superare. Del resto, un Liberal - Conservatore, prima delle
idee politiche, prima dei Partiti, prima dei movimenti politici, sociali, culturali, analizza
l’animo, cioè se vi è un dis-valore tra un agire politico ed un agire morale, tenendo conto
delle persone che pongono in essere azioni e comportamenti di pari dignità. Accanto ai
rivoluzionari con le loro ideologie, si ricorda, anche, Jacques Necker, un ginevrino, di
confessione calvinista, che si era stabilito a Parigi nel 1748, quando divenne impiegato del
banchiere ginevrino Isaac Vernet, poi suo socio nella società in accomandita Thellusson,
Necker & C. (1756-1770), divenendo la Banca più importante in Francia e che si ritrovò in
pochi anni a capo di un’enorme fortuna e nel settembre 1768, dopo alcuni moti rivoluzionari
a Ginevra, da Ministro della Repubblica di Ginevra (nel 1536 la città di Ginevra aderendo
alla Riforma Protestante divenne una Repubblica) entrò con un incarico diplomatico in
contatto con la Corte di Francia, incarico che mantenne fino al novembre 1776, e fu nominato
“Direttore Generale del Tesoro” di Francia. La fama di abilissimo finanziatore s’accrebbe per
Jacques Necker dopo le nozze con Suzanne Curchod (1764), colta e intelligente, che,
raccogliendo nel suo salotto i più illustri personaggi di Parigi, creò attorno al marito una rete
di preziose amicizie, che avrà su lui un grande ascendente, come donna intelligente, colta e
letterata, le cui conoscenze negli ambienti politici lo aiutarono a combinare i propri affari
preparandosi a dedicarsi all’attività politica. Gli storici hanno rilevato un equivoco di fondo,
cioè che il ginevrino non era un genio finanziario, né uno statista, ma era un ottimo
banchiere, un eccellente contabile, ma gli sfuggiva, oppure non faceva finta di non
accorgersi, per suo interesse, sia il contenuto che la dimensione della crisi che travagliava la
Francia, crisi di cui quello finanziario era soltanto uno degli aspetti. Fu proprio su consiglio
di Jacques Necker che, nel 1788, il Re Luigi XVI stabilì che ci sarebbero state le elezioni degli
Stati Generali, dopo la prima, risalente, addirittura, al 1614, allo scopo di far approvare le
riforme monetarie. Fu un maldestro consiglio, a propri fini e vantaggi personali, in quanto
l’elezione degli Stati Generali si rilevò uno degli eventi più negativi, subito dopo la loro
convocazione il 5 maggio 1789, quando il III° Stato si autoproclamò Assemblea Nazionale e
diete modo a chi non era stato eletto di provocare l’inizio della Rivoluzione Francese il 14
luglio 1789. Jacques Necker e Suzanne Curchod, erano i genitori di Anne-Louise Germaine
Necker, Baronessa di Stael - Holstein, meglio nota con il nome di Madame de Stael, che cercò
in tutti i modi di diffondere il Romanticismo in Italia, ma non mai stato approfondito il suo
vero intento, del quale alcune analisi storiche affermano che ebbe un duplice motivo, il
primo di introdurre (con l’impegno di risorse finanziarie) la confessione calvinista, ed il
secondo quello di indebolire l’idea di Nazione in Italia, nell’ambito del risorgimento italiano.
Per Edmund Burke, vi furono delle idee che si trasformarono in ideologie e che furono
portate all’interno dell’Assemblea Nazionale Costituente, soprattutto tramite l’Abate Sieyés
(1748-1836), ed altri, e nel suo testo “Riflessioni sulla Rivoluzione Francese”, scrive: “...
architetti della rovina, stavano calpestando ogni regola e tradizione nell'astratto e
pericolosissimo intento di fare tabula rasa del passato” e rivolgendosi, inoltre, a tutti coloro
che non rispettarono la Tradizione, radicatasi da secoli, e li accusa di pura presunzione,
condannando così la ragione individualistica. Edmund Burke, inoltre, individuò
un’offensiva contro la Chiesa Cattolica, da parte degli Ugonotti (calvinisti francesi) e
comunque da parte di coloro che professavano la religione protestante e volevano che si
affermasse in Francia. Edmund Burke, riconobbe nei primi atti dell’Assemblea Nazionale,
dominata dalle teorie politiche dell’Abate Sieyès, sostenute anche dal Vescovo Talleyrand,
un esplicito attacco alla Tradizione Cattolica, concretizzatosi, inizialmente, nella confisca
delle proprietà della Chiesa con l’emanazione della Costituzione Civile del Clero. Per
Edmund Burke, pertanto, ci furono dei disegni anche ben più tenuti nascosti, oltre quello
finanziario, con il tentativo di introdurre la confessione religiosa calvinista in sostituzione di
quella cattolica e, pertanto, difese la ragione del bene comune religioso, al quale, invece,
l’individualismo si contrapponeva per ottenere propri vantaggi, che si concretizzarono
proprio con la confisca pubblica, ma a vantaggio di pochi delle proprietà fondiarie della
Chiesa, ed in primo luogo per l’Abate Emmanuel Joseph Sieyès, al quale dovremmo anche
aggiungere, come accennato, il Vescovo Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord (1754-
1838). Ma c’era qualcosa di più, dietro alla secolarizzazione (nazionalizzazione) dei beni
ecclesiastici con la Costituzione Civile del Clero, vi era, come garanzia, l’emissione di un
prestito nazionale mediate gli “assignat” (assegnati), che finirono, con la vendita dei beni
immobiliari della Chiesa Gallicana, ad arricchire sia Sieyés che Talleyrand. Il Pontefice Pio
VI (1717-1799) che esercitò tale magistero dal 15 febbraio 1775 sino alla sua morte, fu
costretto a prendere posizione ed il 10 marzo 1791, con il documento pontificio (litterae
apostolicae) “Quod Aliquantum”, condannò la Costituzione Civile del Clero, perché
intaccava la costituzione della Chiesa Cattolica ed il 13 aprile, con un altro documento
pontificio “Charitas”, dichiarava sacrilega la consacrazione di nuovi vescovi, sospendendo a
divinis Vescovi e prelati (denominati da quel momento: costituzionalisti o preti giurati)
condannando il giuramento di fedeltà a tale “Costituzione Civile del Clero”.
Indipendentemente da questo aspetto, non si tratta di conoscere accademicamente la Storia,
ma di trovare in quell’evento rivoluzionario e nelle persone che vi parteciparono, uno
strumento, cioè imparare e saper bene interpretare il presente, con riferimento anche a
quello politico e sociale, in cui si vive, e trarre le proprie valutazioni e le proprie scelte,
sempre tenendo in considerazione la natura degli uomini, come suggerisce di fare Edmund
Burke, e che si riproduce nel tempo, e quindi che investe anche il presente determinando
fatti ed eventi che si verificano e possono verificarsi anche in futuro se non in modo del tutto
simile, ma esattamente come in passato, nell’alveo della società, ritenendo che analisi e
riflessioni possano risultare utili e fondamentali. “L’individuo è uno sciocco, ma la specie è
saggia”, affermò Edmund Burke. Noi potremmo aggiungere, senza nulla togliere, che vi
sono anche coloro che vogliono mettere in discussione la saggezza umana, per affermare
agevolmente la loro scaltrezza ed il loro potere. Edmund Burke, è attento e prudente,
conoscendo questo antico proverbio: “Non parlare ad uno stolto, perché egli disprezzerà le
tue sagge parole”. La saggezza inglese ha un pragmatismo esemplare ed è proverbiale per le
sue scelte, sempre attenta al presente con riferimento alla Tradizione, anche in determinate
scelte recenti, senza soffermarsi al riguardo per non essere fraintesi. In passato, ad esempio,
durante la I Guerra Mondiale (1914-1918), i sentimenti antitedeschi presenti nella
popolazione britannica spinsero il Re Giorgio V (1865-1936) a mutare nel 1917, tramite un
Ordine in Consiglio, il nome della famiglia reale, sostituendo la denominazione di chiara
provenienza tedesca con altra. Il nome della Casa Reale che era “Sassonia-Coburgo-Gotha”
venne cambiato in “Windsor” ed il Re Giorgio V, Re d’Inghilterra, scelse il nuovo nome
ispirandosi alla cittadina di Windsor ed alla torre circolare del Castello di Windsor fatta
costruire da Enrico II Plantageneto (1133-1189), Re d’Inghilterra dal 19 dicembre 1154 sino
alla sua morte, il 6 luglio 1189, costituendo il centro della monarchia britannica. Inoltre,
nell’aprile 1952, due mesi dopo la sua ascesa al trono, la Regina Elisabetta II (1926-2022),
ribadì, dichiarando al Consiglio della Corona, la sua volontà e gradimento per il nome
Windsor, con questa frase: “io e i miei figli dobbiamo essere designati e conosciuti come
casa e famiglia Windsor, e che i miei discendenti che si sposano, e i loro discendenti,
debbano portare il nome Windsor”. Ancora un esempio ed è quello che riguarda Oliver
Cromwell (1599-1658), in quanto sarebbe inimmaginabile e chissà quanti attriti e polemiche
susciterebbe, come peraltro già successo in Italia, se si dovesse fare una statua o attribuire
una Piazza o una Via a qualche italiano che ha vissuto in passato e che è stato catalogato non
“conforme” ad una certa cultura, quando, invece, abbiamo modo di constatare quanto gli
Inglesi, a differenza di noi italiani e di altri Europei, siano più obiettivi ed intellettualmente
più onesti nell’esprimere giudizi storici sui loro personaggi e figure storiche. Ad esempio, a
sostegno di questa riflessione c’è anche il fatto che gli inglesi, davanti a Westminster, Sede
del loro Parlamento, hanno innalzato una statua ad Oliver Cromwell (1599-1658), regicida,
cioè che condannò a morte Re Carlo I Stuart nel 1649 e che realizzò un colpo di Stato, in
quanto nel 1653 sciolse il Parlamento Inglese e concentrò su di sé tutti i poteri, come Lord
Protettore del Commonwealth, insomma un Dittatore, i cui poteri dittatoriali passarono,
addirittura, al figlio Richard Cromwell, in una sorta se non preciso intento di nepotismo.
Eppure gli Inglesi, davanti a Westminster in una Nazione dove ancora vige la Monarchia con
una vera forma di parlamentarismo sia formale che sostanziale, sottratto ad ogni autorità di
Governo, ha eretto una statua a questa figura repubblicana, in una Nazione, si ribadisce,
dove vige la Monarchia, pur essendo stato Oliver Cromwell un regicida ed un Dittatore. In
altre parole gli Inglesi, molto meno ideologizzati e più pragmatici di noi italiani o di altre
nazionalità degli Stati Europei, sono stati capaci di riconoscere i meriti storici del
personaggio prescindendo da quella che potrebbe essere l’ideologia dominante e
conformista, tanto da dedicargli una Statua, per ricordare un uomo, nel cui periodo la
Monarchia fu sovvertita ed al suo posto fu realizzata una Repubblica, che gli inglesi
qualificano come un loro inciampo della loro tradizionale storia. Il metodo di analisi che
utilizza Edmund Burke è quello di Immanuel Kant, cioè dell’analisi critica, quello delle
scienze naturali, della scienza della natura umana, fondata su una filosofia che si estende ad
analizzare tutti i fatti della natura, compresa la vita delle società umane ed i suoi problemi
economici, politici e morali. La Rivoluzione Francese consentì a molti la conquista di
vantaggi personali, ma per molti furono provvisori ed effimeri, tranne che per pochi, come,
ad esempio per Jacques Necker, ma anche per Seyés e Talleyrand, che attraversarono
indenni tutte le fasi della rivoluzione, restando in vita anche dopo la proclamazione
dell’Impero di Napoleone Bonaparte, seppero muoversi e districarsi per le loro doti
personali di saper approfittare degli eventi, se non anche di provocarli per conseguire
interessi di varia natura. Anche in Politica si può fare riferimento alla “Teoria dell’albero
senza radici”. Vi è un albero senza radici che vuole far crescere dei frutti, come di portare dei
cittadini in piazza, ma un albero senza radici non puó dare dei frutti. Ed allora l’albero si
costruisce dei finti rami (le parole), ma presto i frutti (i cittadini), si accorgono che non
possono crescere su quei rami, estirpando l’albero.
Emerito On. Console
Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana n. 224 del 26/09/2006
Gianni Sabàto
Storico- Giureconsult










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